domenica 19 luglio 2009

Cartoline dalla Romania



Gli ultimi giorni sono per i saluti, le valigie e le cartoline. Ho tre istantanee che vorrei spedire in Italia, immagini che ricordino che la Terra è una e gira e, nel suo vagare, alternativamente lascia a testa in giù una porzione di mondo.

Oltenia, Romania sud-occidentale, regione di terme e monasteri. In queste terre, tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900, gli italiani emigravano per lavorare nell'edilizia, nelle miniere, come taglialegna o contadini. Un censimento parla di circa 10.000 italiani presenti in Romania alla fine degli anni '20, anni impareggiabili per l'economia e la cultura rumena. Era l'epoca in cui Bucarest era la 'piccola Parigi' mentre gli italiani lasciavano miserie e affetti con una valigia colma di speranze. Originari soprattutto del Triveneto, gli immigrati italiani hanno trovato nella terra dei Carpazi un'accoglienza generosa. Tanti sono rimasti nonostante la successiva presa del potere da parte dei comunisti e le difficoltà che ne sono derivate, con la diffidenza e i controlli che circondavano chiunque avesse rapporti con l'estero, non importa se fossero amici e parenti. Oggi la comunità italiana, come tutte le minoranze etniche del Paese, ha un proprio rappresentante in parlamento.

All'angolo di Piazza Universitate c'è uno dei più bei edifici di Bucarest: l'ospedale Colţea, il più vecchio della capitale, costruito nel 1704 per assistere i poveri. La bellezza dell'edificio neoclassico, della cupola e dei bassorilievi non sono l'unico motivo che mi hanno spinto a scegliere questa seconda cartolina rumena. C'è dell'altro: il sistema sanitario a queste latitudini è apparentemente universale ma, se lo si osserva con un po' più di attenzione, si nota come in realtà la corruzione rappresenti una vera e propria istituzione nell'ambito ospedaliero. Durante gli anni del regime era abitudine portare al dottore un paccheto di Kent; oggi si paga in contanti chiusi in una busta da lettere, pena il completo disinteresse verso il malato (in gennaio Mihai Constantinescu, 63 anni, è morto abbandonato nella sala d'attesa di un ospedale della Romania meridionale perchè, come ha dichiarato un'infermiera in un'intervista, “non poteva permettersi la bustarella”). La sanità è solo uno degli esempi, forse il più clamoroso, della dilagante corruzione rumena che crea un doppio status di cittadinanza. Quello stesso doppio status che divide gli italiani in chi ha accesso alle stanze del potere e chi no; solco che determina, una tra le tante, chi può diventare un imprenditore 'di successo' e chi no. Ultim'ora: il Ministro della Gioventù e dello Sport, Monica Ridzi, si è appena dimessa per essere stata accusata, un mese fa, di cattiva gestione e distrazione di fondi pubblici. Meglio la Romania.

L'ultima cartolina è da una località che ho visitato un mese e mezzo fa. Sono le ex mine di salgemma di Slănic-Prahova, in Muntenia, non lontano da Bucarest. Mine sotterranee trasformate in attrazione turistica e luogo di cura per chi soffre di problemi alle vie respiratorie. Ambienti enormi incastrati nelle viscere della Terra, la cui bellezza magica trascina, dopo la discesa in ascensore, in una dimensione infantile di gioco e serenità dove le differenze di nazionalità lingua e cultura svaniscono, accolte da un unico grande ventre.

lunedì 13 luglio 2009

Avviso ai ritardatari: last minute Romania


La leggenda vuole che Bucarest sia stata fondata dal pastore Bucur, il cui nome in sostanza significa gioia e piacere. E, in un certo senso, la città ospita veramente uno stile di vita epicureo, con i suoi caffè e discoteche affollati fino a notte fonda d'inverno, e i bar e i concerti all'aperto nelle calde sere estive. Il fascino orientale, l'ospitalità latina dei suoi abitanti e la convenienza del cambio euro-lei ne fanno una meta ideale per una eventuale vacanza last minute.

Raggiungere la capitale rumena è semplice: ci sono voli low cost da Bari, Napoli o Roma. Per il pernottamento, ce n'è per tutte le tasche. Dai suntuosi hotel di lusso del centro (tra cui l'Intercontinental, luogo storico della capitale dove sotto Ceauşescu funzionava un fiorente mercato nero gestito dai servizi segreti) agli alberghi più economici dove, con 20-30 euro a notte, si può trovare un ambiente pulito e confortevole. Per i giovani, consiglio di affidarsi a couchsurfing.com, comunità virtuale di persone che scambiano gratuitamente ospitalità e che anche a Bucarest è molto nutrita.

Per i pasti, la scelta è praticamente illimitata. Ristoranti ad ogni angolo di strada, di qualità medio alta e prezzi bassi. Una tappa obbligata è il Caru cu Bere. Le sue atmosfere e decorazioni inizi Novecento, la birra prodotta artigianalmente, l'ottimo cibo tradizionale – piatti a base di carne, minestre e dolci squisiti - trasformano l'esperienza in un cortocircuito temporale che ti catapulta nella 'Parigi dell'est' degli anni '20 e '30. Il ristorante si trova in una delle zone più belle e antiche di Bucarest, il quartiere Lipscani, un tempo centro dei commerci, oggi condensato bohemienne di club e bar all'aperto. A poca distanza, a due passi dall'università, sul tetto del Teatro Nazionale, è ospitato uno dei più famosi locali della città: la Motoare. Incorniciato dal terso cielo estivo, da murales e da sguardi che si affannano in conversazioni senza fine, la Motoare è il luogo perfetto per assaporare aspirazioni e frustrazioni degli studenti di Bucarest.

Una passeggiata da Piazza Unirii fino al Parlamento, la mastodintica costruzione ideata da Ceauşescu, ripercorrendo quello che un tempo si chiamava Viale della Vittoria del Socialismo, sicuramente farà sparire le ultime tracce di nostalgia anche nei più ortodossi sostenitori di Marx&Co. Una visita all'interno dell'edificio è un'opzione, ma la costruzione ospita anche il Museo di Arte Contemporanea, sede di mostre innovative, che preferisco alla più classica gita all'interno del palazzo.

Gli abitanti di Bucarest amano trascorrere il fine settimana nei parchi: tra i più belli Cişmigiu, costruito nel 1847, il più antico della capitale, e Herăstrău, all'interno del quale si trova il Museo del Villaggio, ricostruzione delle abitazioni, degli usi e costumi della Romania rurale. Il museo è sede, con cadenza più o meno mensile, di una fiera dell'artigianato, dove si possono acquistare tra l'altro icone e altri oggetti isprati alla tradizione ortodossa. E a proposito, la città è ricca di edifici di culto. Di particolare fascino la Chiesa della Vecchia Corte Principesca e la piccola Elefterie Mic, situata in uno dei quartieri più belli della città, Cotroceni, che si sviluppa attorno all'attuale dimora del presidente della repubblica.

Appena 3-4 ore di treno e si arriva nella terra di Dracula, la Transilvania. Lì, tra monti e boschi incontaminati, si potranno visitare alcune graziose città medioevali, tra cui Braşov, Sighişoara, Sinaia e Sibiu (capitale europea della cultura nel 2007), oltre ovviamente al castello di Bran, il cui nome è indissolubilmente legato a quello del vampiro più famoso del mondo. Dormendo in uno dei tanti agriturismi, girando tra fortezze e centri storici, si potranno facilmente incontrare turisti italiani, visto che la Transilvania è una delle tappe consuete per i connazionali che si spigono al di là dei Balcani. Dunque affrettatevi, la Romania vi aspetta.

domenica 5 luglio 2009

Il nuovo cinema rumeno tanto amato a Cannes

Colleziona premi nei festival di mezzo mondo, ma in particolare è adorato a Cannes il nuovo cinema rumeno. Ultimo film in ordine di tempo ad aver vinto nella città della Croisette, è “Poliţist, adjectiv” del 33enne Corneliu Porumboiu, che a Cannes di premi ne ha ottenuti addirittura due. Ė la storia di un giovane poliziotto che pedina un adolescente accusato da un coetaneo di spacciare hashish: effettuare l'arresto provocherà nel detective una crisi di coscienza. L'opera è una prova di maturità per Porumboiu, che a Cannes aveva già vinto nel 2006 con “A est di Bucarest”, film d'esordio, commedia ironica e pungente sulla rivoluzione che nel 1989 ha detronizzato Ceuşeascu (la traduzione letterale del titolo rumeno è: 'c'è stata o non c'è stata?').

Ricorda Umberto D. Dante Remus Lazarescu, 63 anni, protagonista di “La morte del signor Lazarescu”, film del 2005 di Cristi Puiu che fotografa l'odissea di un uomo anziano e solo da un ospedale all'altro nella piovosa notte di Bucarest. C'è chi ha paragonato il nuovo cinema rumeno al neorealismo italiano: i tratti in comune sono tanti, innanzitutto il contesto da cui nasce, la libertà ritrovata e la 'ricostruzione' dopo i bui anni di regime. Ecco cosa dice a proposito Porumboiu, in un'intervista rilasciata lo scorso aprile alla rivista “Osservatorio sui Balcani”: “Non si tratta di una nuova onda, almeno non in termini programmatici. Non abbiamo nessun dogma comune. Al tempo stesso vedo che condividiamo uno stesso gusto cinematografico. Facciamo un tipo di cinema che proviene dalla vita reale, con personaggi che solitamente non vengono trattati, film che parlano della Romania di oggi... Soprattutto direi che cerchiamo di non mistificare, diversamente da quanto avveniva prima della rivoluzione”.

E la Romania di oggi è ovviamente anche immigrazione e voglia di fuggire. “Le ragazze italiane” di Napoleon Helmis (2004) è la storia di due sorelle che lasciano il loro villaggio per andare in Spagna, dove da illegali raccolgono fragole. Al loro ritorno, fingeranno di essere state in Italia. Sulla stessa lunghezza d'onda “Occident”, primo lungometraggio dell'ormai celebre Cristian Mungiu, premiato con la Palma d'Oro 2007 per “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, film che ha avuto un notevole successo anche in Italia e costato meno di 600.000 euro. Quello di Mungiu non è un caso isolato, il cinema rumeno fa di necessità virtù e trasforma gli stretti vincoli di bilancio nei punti di forza di una cinematografia senza effetti speciali, un linguaggio diretto, trame semplici e intrecci fantasiosi, storie piene di tenerezza e amarezza, caratteristiche queste che la pongono, accanto a quella iraniana e sudcoreana, tra i fenomeni più originali e innovativi degli ultimi anni.

È un cinema attuale che si interroga sul passato e cerca di gettar luce sui momenti bui della dittatura comunista. Lontane dalla storia con la 's' maiuscola, le nuove pellicole rumene cercano invece vicende di periferia e provincia, vite sommerse e dimenticate. Come “I racconti dell'età dell'oro” (2009), film collettivo, cinque episodi e altrettanti registi, uno dei quali è proprio Mungiu, che riesuma leggende urbane degli ultimi anni dell''età dell'oro' di Ceuşeascu con comicità e surrealismo.

I registi della 'nouvelle vague' rumena fin qui citati hanno tutti 30-40 anni, sono la generazione del baby-boom, quella nata dopo la proibizione dell'aborto del 1966 (tema da cui prende spunto ”4 mesi 3 settimane 2 giorni”), autori usciti quasi tutti dall'Accademia di Arte Teatrale e Cinematografica di Bucarest che hanno esordito appena ventenni. Da ricordare ancora: Cătălin Mitulescu, Ruxandra Zenide, Peter Călin Netzer, Tudor Giurgiu, Radu Munteanu e Cristian Nemescu, che ha diretto “California Dreamin'” (2007), morto appena ventisettenne in un incidente d'auto senza portare a termine l'opera, dalle atmosfere gitane à la Kusturica, ambientata in un piccolo villaggio rumeno durante la guerra in Kosovo. Opera ovviamente premiata a Cannes.

martedì 30 giugno 2009

Dacia 1300: My Generation. Intervista a Ştefan Constantinescu


Sono nato nel '68 come la Dacia (le auto prodotte in Romania durante il comunismo, ndr). Quella della Dacia è la storia della gente che viveva nel mio palazzo. É il simbolo del progresso e della libertà: si è costruita per 37 anni e ogni anno usciva un nuovo modello praticamente identico al precedente. Mi sembra una metafora efficace per la società che non cambia, anche se la gente prova sempre un nuovo modello.

Ştefan Constantinescu, artista rumeno che vive tra Stoccolma e Bucarest, è stato scelto per rappresentare la Romania alla Biennale di Venezia. Due le opere esposte in laguna fino al 22 novembre: i video 'Troleibuzul 92' e 'Passagen'. Lo incontriamo in uno dei caffè storici della capitale rumena, il Caru cu Bere, dove ci mostra uno dei suoi ultimi lavori, 'The Golden Age for children', un libro pop-up che ripercorre attraverso foto, didascalie e curiosità l'epoca di Ceausescu, che “i membri del partito chiamavano l'età dell'oro”.


Si sofferma sull'immagine di un edificio in frantumi e ci racconta un aneddoto:

Quella del terremoto di Bucarest è una storia tragi-comica. In questo palazzo, a pian terreno, c'era un negozio di Dacia. Per far posto a un'automobile, avevano rimosso una colonna portante. Quando c'è stato il terremoto, nel 1977, il palazzo è crollato e son morte 1578 persone.


Hai partecipato alla rivoluzione del 1989?

Durante la rivoluzione stavo lavorando per il governo in uno studio grafico per la propaganda. Era l'unico modo di lavorare con l'arte. La notte del 20 dicembre mi chiamarono per costruire due cartelloni. Nel primo perioso sono stato più attivo e mi è sembrato uno dei più bei momenti della mia vita, ma poi, pensando che è stata tutta una manipolazione...


Nel tuo libro confluiscono ricordi personali e ricostruzioni storiche. Ci spieghi questa scelta stilistica?

Penso che il ruolo dell'artista sia di raccontare le storie che conosce. Non invento nulla, la realtà dà già tanto di per sé. E quando parli della tua storia personale, i racconti non sono solo tuoi, ma di tutti quelli della tua generazione.


Perchè sei emigrato in Svezia?

Mio padre viveva in Svezia dall'88, mia madre e mio fratello dal '90. Volevo restare in Romania, ma dopo tre anni di università ho capito che non avrei avuto nessuna possibilità qui come artista, bevendo vodka e sempre e solo parlando di politica nei caffè. É in Svezia che ho imparato a girare film e video.


Che ne pensi dell'intolleranza verso i rumeni in Italia?

Non conosco bene l'argomento, ma comunque sull'immigrato, sullo straniero, sull'altro vengono scaricate sempre le colpe. Non solo in Italia. Sono uno straniero io stesso. Il ministero della cultura rumena non voleva che portassi a Venezia il mio video Troleibuzul 92 perché ritrae un uomo che sull'autobus parla al telefono con la sua ragazza, e le dice puttana, tra 20 minuti sono lì e ti ammazzo, dimmi con chi stavi parlando, dimmelo (inizialmente nel video il telefono della ragazza è occupato, ndr). La chiama 4 volte. E' un atto ossessivo, duro e meccanico. Non volevano che lo portassi a Venezia perchè la reputazione dei rumeni in Italia non è buona e stanno investendo tanto denaro per cambiarla. Ma in realtà è una situazione che sarebbe potuta accadere dappertutto. Sulla donna vengono scaricate le colpe come sull'immigrato, anche in Svezia dove metà del Parlamento è composto di donne.


Progetti per il futuro?

Un altro libro pop-up e un'opera composta di 7 cortometraggi che ruotano attorno a altrettante coppie. Probabilmente si chiamerà '7 passi verso il paradiso'.


domenica 28 giugno 2009

Bucarest vista dallo spazio

Dall'alto le contraddizioni si smussano, i colori si trasformano, le emozioni si fondono e danno vita a paesaggi urbani-suburbani in forma di pianure, aree grigie che nascondono città e cime di montagne ancora in neve.

L'immagine viene direttamente da:
http://www.eosnap.com/public/media/2009/05/romania/20090508-romania-full.jpg

P.S.. Bucarest è l'agglomerato circolare di puntini che si vede al centro-destra dell'immagine.

lunedì 22 giugno 2009

The answer is blowing in the wind


Se finora la Romania ha rappresentato l'Eldorado per le piccole e medie imprese italiane del settore tessile, calzaturiero e meccanico, o per i grandi gruppi bancari della penisola, UniCredit e Sanpaolo su tutti, nel futuro il Paese potrebbe diventare un'importante opportunità di investimento per gli imprenditori attivi nel settore delle energie rinnovabili. Dopo anni di crescita economica tra le più alte in Europa, anche la Romania sta risentendo della crisi, e l'interscambio con l'Italia non cresce più come una volta, anzi “da febbraio gli investimenti italiani sono fermi”, affermano all'Istituto del Commercio Estero (ICE) di Bucarest. Ciononostante la Romania presenta nel campo dell'energia verde un potenziale ancora inesplorato. Di una certa consistenza è solo la produzione di energia idroelettrica. In questo settore si distingue l'azienda padovana Espe, che dal 2004 gestisce una serie di impianti nel distretto di Maramureş, nel nord del Paese (l'azienda è molto attiva anche in Puglia, ha da poco inaugurato un parco solare da 4,5 MW in Salento e ha una sede a Molfetta).

La Romania, come gli altri Paesi comunitari, dovrà adeguarsi alle normative europee sulla salvaguardia dell'ambiente - la famosa politica del 'venti per cento' - e si trova a fare i conti con il bisogno di diminuire lo scarto che la separa dagli altri membri UE. Il governo sta cercando di correre ai ripari. “Secondo me al momento la Romania ha la miglior legislazione d'Europa riguardante le rinnovabili. [...] Fino al 2015 c'è un doppio 'certificato verde', così se costruisci oggi, potrai praticamente operare con un doppio incentivo fino al 2015”, ha affermato Rod Christie, Presidente di General Electric Energia per l'Europa dell'Est e la Russia, in un'intervista al magazine on-line EurActive.com. Alcune grandi aziende italiane hanno fiutato l'affare, pianificando ingenti investimenti. In prima fila l'Enel, già uno dei principali distributori di energia elettrica del Paese con una quota di mercato del 30%, che progetta di investire nelle rinnovabili 7 miliardi di euro fino al 2012. Hanno iniziato a muoversi anche Sorgenia, azienda del gruppo De Benedetti, ed Edison. Entrambe hanno pronti piani di investimento nel campo dell'eolico, che, secondo gli analisti, insieme alle biomasse è il settore in cui la Romania ha le maggiori possibilità di crescita, anche se l'European Wind Energy Association lamenta i troppi ostacoli amministrativi e tecnici per l'allaccio alla rete.

Un'altra opportunità estremamente interessante è rappresentata dai fondi strutturali europei che faranno affluire verso la Romania, nel periodo 2007-2013, un po' meno di 30 miliardi di euro, di cui circa 637 milioni destinati al settore ambiente, efficienza energetica e rinnovabili. La sede ICE di Bucarest ha preparato un desk informativo sull'argomento, e alcune aziende di consulenza italiane sono già all'opera: lo Studio Gianfelice, ad esempio, che ha sedi a Timisoara e Bucarest, mete preferite dagli imprenditori nostrani. Due sono i canali attraverso cui le aziende italiane potranno usufruire dei finanziamenti europei: partecipando direttamente ai bandi o attraverso le gare d'appalto indette dalle aziende vincitrici. Sapranno le nostre imprese raccogliere la sfida?

La foto è presa da:

http://farm2.static.flickr.com/1027/819607012_132fa6dc42.jpg


domenica 21 giugno 2009

Una storia di ordinaria omofobia al parco Cismigiu

Sapete che mi è succcesso ieri sera? Ho fatto una passeggiata con un'amica al Cismigiu. Sarebbe dovuta essere una passeggiata breve, tanto che non ho portato nè il portafoglio nè i documenti. Al Cismigiu c'era un concerto folk, ci siamo accostati e siam rimasti. E' arrivata una giovane transessuale, con abiti provocanti e un fare che ha attirato le attenzioni di tanta gente. Ad un tratto un uomo le si è avvicinata aggressivo, un poliziotto è intrvenuto prendendo le parti dell'uomo aggressivo, dicendo alla trans di ballare un po' più lontana dal palco. La giovane trans è rimasta dov'era (ballava e non faceva niente di male a nessuno). L'uomo ha iniziato a strattonarla, sono intervenuto, gli ho tirato via le mani di dosso dalla trans e la polizia ha preso me e la trans e ci ha portato fuori dalla folla (il poliziotto mi teneva con forza il braccio sinistro dietro la schiena, nonostante non avessi fatto il minimo tentativo di resistenza). A quel punto ho pensato che ci avrebbero picchiato in un angolo buio del parco, per fortuna la mia amica è intervenuta e ci hanno lasciato. La trans si è presa un calcio alla pancia o ai genitali, non ho visto bene.




sabato 20 giugno 2009

Viceversa: due rumene stuprate nei giorni scorsi in Italia

Viceversa: due giovani rumene stuprate nei giorni scorsi in Italia . La prima, diciottenne, da tre connazionali di 24 e 29 anni, in provincia di Lodi (notizia riportata il 15 giugno); la seconda, ventenne, da due finanzieri di 25 e 30 anni, a Milano (notizia del 16/06).


Ecco la fonte, LaRepubblica:

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/lodi-violentata/lodi-violentata/lodi-violentata.html

http://milano.repubblica.it/dettaglio/milano-finanzieri-stuprano-prostituta-e-poi-fuggono-con-lauto-di-servizio/1653192

lunedì 15 giugno 2009

Lume Lume, Soro Lume

Di bambini di strada ce n'erano anche durante il regime di Ceauşescu, solo che allora non si vedevano perché uscivano solo di notte, altrimenti la polizia li avrebbe arrestati”. A parlare è Sorina Frătiţă, psicologa, che ha lavorato dal 2001 al 2008 con la Fondazione Parada, la ong fondata nel 1996 a Bucarest dal clown franco-algerino Miloud Oukili e diventata famosa grazie a un film di Marco Pontecorvo uscito lo scorso autunno. Insegnado l'arte circense ai 'vagabondi' di Bucarest, la fondazione è riuscita a strappare via alla strada centinaia di bambini e ragazzi.

Spuntano dal nulla, spesso hanno in mano una busta di plastica che portano alla bocca di frequente per sniffare una sostanza dall'odore penetrante e che dà immediatamente alla testa, l'Aurolac (da cui anche il nome con cui di solito vengono chiamati, 'aurolaci'). É una vernice economica, ne versano un po' nella busta e la sniffano per scordarsi per un istante dei morsi della fame e del freddo.

L'invisibilità è nella natura della vita che condocuno, ma il fenomeno è meno diffuso di quanto crediamo in occidente. Una stima pubblicata quanche giorno fa da una ong parla di 1270 bambini attualmente dimoranti nelle strade della capitale, “ma nel passato, dopo la rivoluzione e fino ai primi anni di questo decennio, sono stati anche 5000”, afferma la Frătiţă. Che precisa: “vengono chiamati bambini di strada, ma tra di loro ci sono anche bambini fuggiti di casa che nel frattempo sono diventati adulti e hanno fatto figli”.

Il percorso che li ha portati in strada è simile ma non identico. Comun denominatore sono povertà e violenza, famiglie numerose che, continua la psicologa, “hanno perso la casa per debiti. Tanti vengono dalla campagna e soprattutto dalla Moldavia”, una delle zone più povere del paese. Come Mihai, che ha 20 anni e dopo un'infanzia per strada è stato preso in cura da istituti cattolici e ora studia architettura. Mi ha raccontato delle violenze subite a casa dal padre, motivo principale che lo ha spinto a cercare rifugio in strada. “Altri sono fuggiti dagli orfanotrofi, dove subivano violenza dai ragazzi più grandi. A Bucarest vivono in gruppi, ognuno con un territorio ben definito”, aggiunge la Frătiţă.

Comunemente vengono associati alle fogne, ma non vivono propriamente nelle fogne ma nei canali sotterranei che, attraverso enormi tubi, portano l'acqua calda negli appartamenti della capitale. Labirinto sotterraneo costruito durante gli anni della dittatura comunista e che ora costituisce una dimora calda durante i gelidi inverni rumeni. D'estate invece stanno all'aperto nei parchi, da qui anche l'appellativo di 'boskettari', anche se il termine nell'immaginario collettivo degli abitanti di Bucarest è legato a pratiche di prostituzione, che poi è uno degli espedienti con cui i bambini di strada si procurano il denaro. “Alin è poco più che un bambino e ha contratto il virus dell'HIV da un rapporto sessuale con un turista del sesso straniero”, mi racconta la Frătiţă. E conclude: “Non tutti vivono per strada. Una parte vive coi genitori, che di giorno li spingono a elemosinare o a lavare i parabrezza agli incroci. Il governo e il comune non fanno quasi nulla, passano un sussidio mensile alle famiglie che è ben poca cosa. Le uniche attive e concrete in questo campo sono le ong”.


domenica 14 giugno 2009

Journey to the Center of the Earth: the Unirea Mines of Slanic-Prahova


Saturday, the 13th of June, I've been with the children and the volunteers of Salvati Copiii to one of the most amazing places I've ever been: The Mine Unirea of Slanic-Prahova. 200-250 meters in the hearth of the Earth, where miners extracted salt for about 30 years (1938-1970), before the site was transformed in a touristic attraction.

Beeing 200 meters above the ground, in a cave with a ceiling at least 100 meters high, brings you back to some kind of pre-natal age. The silence, the echos of the joyful screams of the babies, the darkness, the closeness to the hearth of the Mother Earth and the huge walls that seem protecting you from the external dangerous world, make you regress to some kind of peacefull collective childhood. The Unirea Salt Mines are a sort of universal playground. It's not a case if there are playgrounds for children, football and tennis playgrounds and some other amuzement-park-like attractions.

In the first huge room after the entrance, on the ceiling you can notice a hammer and sickle in a red circle, and a huge flourescent cross nearby one of the walls, built I think in the years after the revolution.




The hammer and sickle brought to my mind pictures of miners, miners working hard, miners dying, miners going to Bucharest to suppress the revolts that took place under the 'Iliescu regime' after the 'democratic' revolution of December 1989.


I tried to imagine how Romanian tourists could feel in the 70's and 80's at Slanic-Prahova, when the country was under the control of the Securitate and the fear imprisoned people in a cage of terror. There, in that surreal atmosphere, every whispered word, amplified and distorted by the echo, could turn into a scream of pain and revolt.

Going to Unirea Salt Mines, descending to the center of the Earth, is a regressing trip to a collective eternal childhood and a surreal journey in the past of a country.


domenica 7 giugno 2009

Diario delle europee

Mercoledì 3 giugno. Ho voluto mettere alla prova le conoscenze storiche dei volontari (tutti studenti) di Save the Children a cui faccio un corso di italiano. É il ventennale della repressione delle manifestazioni di Piazza Tienanmen e inizio la lezione mostrando la famosa foto del ragazzo con le buste della spesa in mano che ferma da solo una fila di tank. Nessuno dei 13 presenti ha la minima idea di cosa stia parlando.

Giovedì 4 giugno. Un editoriale del quotidiano Adevărul, “Democrazia significa votare”, termina lanciando un monito: “Chi può garantire che la nuova era democratica sia eterna?” Inizio a chiedere alle mie colleghe se si recheranno o no alle urne. Su 7 solo due sono indecise, le altre sono sicure che non ci andranno. La più eloquente giustifica la sua scelta scrivendo sulla mia agendina una serie di aggettivi dedicati ai politici rumeni. Traduco letteralmente: “scrocconi, marioli, criminali, miserabili, corrotti, mafiosi e puttanieri”. Per sondare le cause della disillusione dei rumeni (che non penso sia limitata ai pochi che conosco) verso la politica, mando a 27 amici e conoscenti, di età compresa tra i 18 e i 35 anni e con un'ottima istruzione, un'email con le seguenti domande: “Voterai? Se non, perché? Qual è il problema più urgente in Romania? Pensi che i politici lo stiano risolvendo? Hai fiducia nella democrazia rumena? E nella UE? Ti aspettavi di più dall'integrazione europea? Vuoi ancora cambiare il mondo? In caso affermativo, come pensi di farlo se non andrai a votare?”

Venerdì 5 giugno. Leggo Evenimentul Zilei. In prima pagina, la notizia che una strana organizzazione sta raccolgiendo voti dagli studenti per conto del Partito SocialDemocratico/ex comunista, pagandoli la miseria di 30 lei (poco più di 7 euro, meglio in Bulgaria, dove almeno te ne danno 20-25. In Italia? Per la penisola abbiamo a disposizione solo una stima: a Napoli, per le politiche del 2001, la sezione di un grande partito politico distribuiva pasta e olio). Come prova, la solita foto fatta al telefonino con la scheda elettorale 'regolarmente' compilata. Nell'aperta e inclusiva Olanda l'estrema destra ottiene un successo 'inaspettato', cavalcando guardacaso lo spettro dell'immigrazione. Intanto a sera ho ricevuto solo 4 risposte, più una raccolta verbalmente nel pomeriggio. Ogni tanto mi pare che in Romania, quando fai una domanda che riguardi la politica, tutti si spaventino ancora come al tempo della famigerata Securitate.

Sabato 6 giugno. Non ricevo altre risposte, il mini sondaggio è stato un flop. Non scoraggiamoci, almeno quel che i 5 mi han detto è interessante: i miei amici sono europeisti, ma si aspettavano che gli europei fossero più “amichevoli“ con i rumeni e che non li trattassero come cittadini “di seconda categoria”. La sfiducia nel sistema politico domestico è maggiore di quella nelle istituzioni continentali. Tra i mali gravi del paese, che poi sono anche le cause del clima di sfiducia, figurano corruzione e conflitto di interessi. Scrive Dana in un ottimo italiano: “Ce ne sono cosi’ tanti... [di problemi] Il livello basso di sostenamento; la qualità della vita; le differenze grandissime fra le classi sociali; la certezza universale che non importa che cosa sai, ma chi conosci, che tutto si può comprare con i soldi e, specialmente, con una buona relazione”. Riflessione a margine: il malgoverno, fa il gioco dei governanti, che usano il disgusto per allontanare i cittadini dalla politica e diventare sempre più una casta. Tornando a casa, leggo sull'autobus che votare più volte è punito col carcere. Mi chiedo, come è possibile votare più volte?

Domenica 7 giugno. Svelato l'arcano, in Romania tutto è possibile. Ecco come: la legge elettorale per le europee consente di votare anche fuori del seggio di apparteneza. Le tv non parlano altro che di 'vacanze elettorali', minibus che trasportano in seggi di città diverse persone che, in cambio di denaro, voteranno doppio. La polizia si è premunita e ha preparato posti di blocco in tutto il paese. A urne chiuse, le percentuali di voto parlano di un rumeno su quettro che si è recato alle urne. Non so se nel calcolo siano state considerate o meno le 'vacanze elettorali'. Ricevo un'altra email, 6 risposte su 27. Per la cronaca, i primi dati affermano che i due partiti di governo, il PDL del presidente Basescu e il PSD, hanno ottenuto una percentuale quasi identica di poco superiore al 30%. Sembra non interessare quasi a nessuno.

venerdì 5 giugno 2009

Memory of a free festival: B-FIT in the street

Dal 28 al 31 maggio Bucarest ha ospitato un festival di teatro di strada: B-FIT in the street. Ecco alcune foto.
28 maggio, facciata della facolta' di architettura: la Compagnia rumena XtREme si esibisce nella performance Vertical
















































giovedì 4 giugno 2009

The state of democracy in Romania and the European elections

Three weeks ago I started a course of Italian for the volunteers of Save the Children. Yesterday I started the lesson showing to 10-15 young people (all girls and one guy), aged between 16 and 30, the famous picture of the Chinise guy that stopped the tanks in Tiananmen Square in Beijin. I asked the volunteers what happened there 20 years ago.

No one knew. I'm afraid that in a while no one will remember Ceausescu anymore, or will regret his era. Like in Italy with Mussolini.

Second source of inspiration: the past days I asked to 7 Romanian collegues (women aged 30-55) whether they were going to vote or not for the European Parliament. Only 2 of them were undecided, the others were sure that they were not going to vote.

So today I invented a small questionnaire and I sent it to 23 young Romanian friends.

I asked them:
1) are you going to vote on Sunday for the European Parliament?
2) If not, why?
3) In your opinion, what is the most urgent problem in Romania? Are the politicians doind anything for that?
4) What is your degree of trust in the Romanian democracy? (High, medium, low)
5) What is your degree of trust in the EU? The same, high, medium, low
6) Did you expect more from the European integration?
7) Do you still want to change the world? If you're not going to vote, how do you think you'll be able to transform the reality around you?

I'm waiting for the results. I think some of them will not answer cause here people don't talk easily about these kink of subjects. Ceausescu's heritage.

I'm worried about the state of democracy in Italy, and I see that here things are not so different, and as well in the civilized Holland, where the extreme right will have an "unexpected" success at these European elections. I'm worried that the crises could lead Europe back in the past, in Italy that's already happening.

An editorial of Adevarul published today, "Democratia inseamna vot" (democracy means vote), says: "Cine ne poate garanta ca noua era democratica este eterna?"

I Tarantolati di Tricarico in concerto a Bucarest


Sullo sfondo del palcoscenico scritto in grande "Ciao Italia". Questa sera, a Piazza della Rivoluzione, nell'ambito del Festival Italiano (http://www.festivalitalian.ro/), oraganizzato da Ambasciata, Istituto per il commercio estero e dall'Istituto italiano di cultura nell'ambito delle celebrazioni per il 2 giugno, hanno suonato i "Tarantolati di Tricarico" (www.tarantolatiditricarico.org).

Bello, mi è sembrato di stare a Carpino o a una tammorriata. Abbiam ballato in un'atmosfera surreale, in una piazza mezza vuota, dove ha preso vita vent'anni fa la presunta rivoluzione rumena, tarantelle e pizziche. E ho conosciuto giovani italiani simpatici, interessanti e brillanti: una traduttrice che insegna in una scuola privata, un suo collega di Pavia e una dottoranda che è qui per ricerca.

Mi guardavo in giro per capire chi sono i miei connazionali a Bucarest. La conversazione si è però spostata sull'argomento in modo naturale. Che storie di merda ho sentito, uomini che pretendono di pagare traduttrici due soldi, e di volersele anche scopare. Feste in privè con mignotte della borghesia italiana di Bucarest. Italiani che vanno nei paesini per comprare sesso a due soldi e poi vantarsene in internet. Signor nessuno/frustrati/senza 'na lira in Italia e qui, arrivati ad accumulare piccole fortune non si sa come, si credono i re del mondo. Del resto, con un Presidente del Consiglio che dà un simile esempio...

"C'è un Italia migliore", direbbe Nichi vendola, come i miei interlocutori di stasera. Per fortuna.

martedì 2 giugno 2009

"Avem timp" de Octavian Paler

"Avem timp" de Octavian Paler


Avem timp pentru toate.
Sa dormim, sa alergam in dreapta si-n stanga,
sa regretam c-am gresit si sa gresim din nou,
sa-i judecam pe altii si sa ne absolvim pe noi insine,
avem timp sa citim si sa scriem,
sa corectam ce-am scris, sa regretam ce-am scris,
avem timp sa facem proiecte si sa nu le respectam,
avem timp sa ne facem iluzii si sa rascolim prin cenusa lor mai tarziu.

Avem timp pentru ambitii si boli,
sa invinovatim destinul si amanuntele,
avem timp sa privim norii, reclamele sau un accident oarecare, avem
timp sa ne-alungam intrebarile, sa amanam raspunsurile, avem timp sa
sfaramam un vis si sa-l reinventam, avem timp sa ne facem prieteni, sa-i
pierdem, avem timp sa primim lectii si sa le uitam dupa-aceea, avem timp
sa primim daruri si sa nu le-ntelegem. Avem timp pentru toate.

Nu e timp doar pentru putina tandrete.
Cand sa facem si asta, murim.

Am invatat unele lucruri in viata pe care vi le impartasesc si voua !!
Am invatat ca nu poti face pe cineva sa te iubeasca. Tot ce poti face
este sa fii o persoana iubita. Restul ... depinde de ceilalti. Am
invatat ca oricat mi-ar pasa mie Altora s-ar putea sa nu le pese. Am
invatat ca dureaza ani sa castigi incredere si ca doar in cateva secunde
poti sa o pierzi. Am invatat ca nu conteaza CE ai in viata Ci PE CINE
ai. Am invatat ca te descurci si ti-e de folos farmecul cca 15 minute
Dupa aceea, insa, ar fi bine sa stii ceva. Am invatat ca nu trebuie sa
te compari cu ceea ce pot altii mai bine sa faca Ci cu ceea ce poti tu
sa faci Am invatat ca nu conteaza ce li se intampla oamenilor Ci
conteaza ceea ce pot eu sa fac pentru a rezolva

Am invatat ca oricum ai taia
Orice lucru are doua fete

Am invatat ca trebuie sa te desparti de cei dragi cu cuvinte calde S-ar
putea sa fie ultima oara cand ii vezi

Am invatat ca poti continua inca mult timp
Dupa ce ai spus ca nu mai poti

Am invatat ca eroi sunt cei care fac ce trebuie, cand trebuie
Indiferent de consecinte

Am invatat ca sunt oameni care te iubesc
Dar nu stiu s-o arate
Am invatat ca atunci cand sunt suparat am DREPTUL sa fiu suparat Dar nu
am dreptul sa fiu si rau

Am invatat ca prietenia adevarata continua sa existe chiar si la
distanta Iar asta este valabil si pentru iubirea adevarata Am invatat
ca, daca cineva nu te iubeste cum ai vrea tu Nu inseamna ca nu te
iubeste din tot sufletul. Am invatat ca indiferent cat de bun iti este
un prieten Oricum te va rani din cand in cand Iar tu trebuie sa-l ierti
pentru asta.

Am invatat ca nu este intotdeauna de ajuns sa fi iertat de altii
Cateodata trebuie sa inveti sa te ierti pe tine insuti
Am invatat ca indiferent cat de mult suferi,
Lumea nu se va opri in loc pentru durerea ta.

Am invatat ca trecutul si circumstantele ti-ar putea influenta
personalitatea
Dar ca TU esti responsabil pentru ceea ce devii
Am invatat ca, daca doi oameni se cearta, nu inseamna ca nu se iubesc
Si nici faptul ca nu se cearta nu dovedeste ca se iubesc.
Am invatat ca uneori trebuie sa pui persoana pe primul loc
Si nu faptele sale

Am invatat ca doi oameni pot privi acelasi lucru
Si pot vedea ceva total diferit
Am invatat ca indiferent de consecinte
Cei care sunt cinstiti cu ei insisi ajung mai departe in viata

Am invatat ca viata iti poate fi schimbata in cateva ore
De catre oameni care nici nu te cunosc.

Am invatat ca si atunci cand crezi ca nu mai ai nimic de dat
Cand te striga un prieten vei gasi puterea de a-l ajuta.

Am invatat ca scrisul
Ca si vorbitul
Poate linisti durerile sufletesti

Am invatat ca oamenii la care tii cel mai mult
Iti sunt luati prea repede ...

Am invatat ca este prea greu sa-ti dai seama
Unde sa tragi linie intre a fi amabil, a nu rani oamenii si a-ti
sustine parerile.

Am invatat sa iubesc
Ca sa pot sa fiu iubit .

lunedì 1 giugno 2009

Il denaro e l'amore che portano in Italia


Un'ossessione per il denaro sembra aver colmato il vuoto di valori scaturito dalla rivoluzione del 1989. Nella metrolitana osservo uomini che contano piccoli mazzetti di banconote. Dappertutto, colgo stralci di conversazioni in cui si snocciolano cifre e prezzi. Perfino la campagna elettorale per le europee vede uno dei partiti storici, il PNL, coniare uno slogan che turba il mio pudore piccolo borghese: “Bani pentru români. Bani europeni” (soldi per i rumeni, soldi europei) recitano i manifesti alludendo ai fondi strutturali europei.

Comprendo quest'ossessione per i 'bani' (si pronuncia 'bagn', la 'i' finale è muta), letteralmente le frazioni di leu, praticamente l'espressione comunemente usata per indicare il denaro. La comprendo andando al mercato o al supermercato, confrontando i prezzi simili a quelli italiani e provando a immaginare la fatica di far quadrare i conti con stipendi che sono la terza-quarta parte dei nostri.

La passione elementare per l'idolo degli idoli, che a ben vedere più che una passione è una necessità, è il motivo principale che spinge tanti rumeni a lasciare odori e sapori familiari per cercare fortuna in Italia.

Alin, mio collega, è stato chiaro. É tornato da meno di un anno da Roma e ha programmato di ripartire in settembre. Gli ho chiesto il perché, visto che in Italia, lui che è laureato, molto probabilmente riprenderà a fare il carpentiere. Mi ha risposto senza mezzi termini: ”guadagno 350 euro al mese e ne pago 200 per la stanza in cui vivo con mia moglie!” E il salario di Alin non è certo tra i più bassi.

Anche per chi è tornato dopo aver messo un gruzzolo da parte, la vita non è facile: Cristian, cinquantenne, ha vissuto sette anni in Veneto. Dopo il ritorno, ha aperto una piccola impresa edilizia che però stenta a trovare buone commesse, visto il sistema politico-clientelare che anche qui regna sovrano.

Non tutti partono spinti da esigenze economiche. Ramona sta per andare a Roma per il matrimonio di sua sorella e Rosario, calabrese. Entrambi informatici, si sono incontrati anni fa durante un corso di formazione.

Di solito le esperienze che i rumeni si portano indietro dall'Italia sono positive. Tutti parlano di una buona accoglienza, di buone condizioni di vita e di persone disponibili e con cui hanno stretto legami. Solo in un caso, parlando con Dominique, la cui mamma fa la badante vicino Piacenza, ho sentito tristezza nei silenzi tra le parole. Ma la storia di Dominique parla di altro, non della vita di chi parte ma del dramma di chi resta, che accomuna una generazione di giovani rumeni: Diana, ad esempio, ha 17 anni e vive sola con i nonni in un paesino vicino Focşani mentre i genitori lavorano alle porte di Milano; la sua amica Oana ne venti, il padre e i fratelli a Roma e qui in Romania solo sua madre.

I viaggi che dalla Romania portano nelle città italiane scaturiscono dall'impellenza reale e stringente di far fronte alla vita di tutti i giorni, di pagare affitto e bollette, anche se poi il bisogno si tinge di desiseri, speranze, sogni, affinità linguistiche e di cuore. Guardo contare mazzetti di banconote sbiadite e penso alle storie che ci racconterebbero, se solo potessero parlare.


lunedì 25 maggio 2009

Il serpentone dell'amore

Sembravamo uccelli esotici chiusi in gabbia, sabato pomeriggio al Gay Pride di Bucarest. Le transenne delimitavano uno dei boulevard principali della capitale, quello che da Piazza Unirii porta a Piazza della Costituzione, mentre tutt'intorno al corteo poliziotti in assetto antisommossa, che sicuramente erano più dei manifestanti, assicuravano l'incolumità dei partecipanti. Ogni anno dal 2005, infatti, da quando a Bucarest si è svolto il primo Gay Pride, gruppi di neofascisti minacciano lo svolgimento della manifestazione. Nel 2007 un gruppo di attivisti è stato picchiato in metropolitana alla fine del corteo.

Addirittura due le contromanifestazioni, una venerdì sera, per il matrimonio e contro le coppie di fatto; l'altra sabato mattina, organizzata dal gruppo “Noua dreapta”, apertamente neofascista. Fortunatamente pochi i partecipanti.

Il tema della marcia di quest'anno son state le unioni civili, che anche in Romania sembrano un miraggio. Anzi, stando a una notizia di una decina di giorni fa pubblicata su numerosi siti di informazione omosessuale, il Parlamento sta per approvare una legge che le vieterebbe. Simbolicamente, sabato nessuno dei politici locali è venuto a dar sostegno alla comunità lgbt.

C'erano però gli ambasciatori britannico, svedese e olandese (ci ho parlato, persona semplice e squisita), oltre a un parlamentare europeo francese e a un deputato inglese, ma nessun italiano. Visto il clima politico che si aggira per la penisola, non c'è da stupirsi.

Prima del Pride, nella sede di Accept, l'associazione per la difesa dei diritti dei gay che ha organizzato l'evento e il festival di cultura omosessuale che l'ha preceduto, l'atmosfera era festosa ma tesa. In Romania, e soprattutto nelle città minori, fare outing, dichiarare il proprio orientamento di genere, è una pratica che ancora in pochi si sentono di rischiare. L'omofobia è diffusissima, a tutti i livelli e le età, anche più che in Italia. E la chiesa locale gioca un forte ruolo in questo tentativo disperato di frenare un fiume che scorre sotterraneo ma sempre più impetuoso.

Le relazioni omosessuali sono più diffuse di quanto si pensi. Parlando con gli studenti, scopri un mondo che non ti aspetti, un universo aperto alla scoperta di una sessualità meno convenzionale. Ma appunto, è un fiume sotterraneo e nascosto, che stenta a venire allo scoperto, e tanti membri della comunità gay non hanno partecipato al Pride per paura di essere riconosciuti tra la piccola folla.

Eravamo tutti giovani e govanissimi. Pochi, non più di qualche centinaio, tra cui tanti stranieri e un folto gruppo di fotografi e giornalisti, più le ragazze che i ragazzi.

La manifestazione, nostante il percorso militarizzato, è stata gioiosa e colorata, con le stesse esternazioni di giubilo ed euforia che si possono notare nelle nostre strade in simili circostanze. Transessuali, gay e lesbiche han dato vita a una festa a cielo aperto, con musica balli vestiti sgargianti fischietti palloncini e fiori. Un'enorme bandiera arcobaleno, come un serpente metropolitano, si è fatta strada nel breve percorso. Se pensiamo che le relazioni omosessuali sono state depenalizzate solo nel 2002, il Gay Pride è stato un successo.

Arrivati davanti al Palazzo del Parlmento, quello famoso fatto costruire da Ceauşescu, in una piazza di asfalto arsa dal sole, mi è sembrato di essere in un deserto di democrazia, una distesa arida in cui i diritti stentano a sbocciare. Sembra assurdo che nell'Europa del terzo millennio ci siano luoghi in cui non siano riconosciute le unioni tra persone dello stesso sesso. Il passo che anche da noi sembra difficile afferrare, è che i diritti civili rappresentano una conquista di libertà per tutti. Fortunatamente le resistenze non potranno frenare una società che non aspetta permessi scritti per mutare le forme del suo amore.

sabato 23 maggio 2009

Marşul GayFest '09





















E infine, ecco una mia foto trovata su un sito d'informazione rumeno ;-)
http://www.mediafax.ro/social/a-inceput-parada-gay-fest-din-bucuresti.html?1688%3B4443074


venerdì 22 maggio 2009

Foto da Chişinău: Piaţa Centrală















martedì 19 maggio 2009

I fiori di Chişinau


A Chişinau, capitale della Republica Moldova, c'é un tocco di oriente
perfino nei classici condomini socialisti. La città, piena di larghi
viali alberati e inframezzata da enormi parchi, è rinomata per
l'ospitalità e la socievolezza dei suoi abitanti. La primavera é
sbocciata in tutta la sua bellezza e il corso principale, Stefan cel
Mare, è un viavai continuo di gente che passeggia.

Il piccolo Paese ai confini d'Europa, a inizi aprile ha riempito le
pagine dei quotidiani di mezzo mondo perchè una 'massa critica' di
giovani si è riversata nelle strade per contestare i risultati delle
elezioni politiche. Per la terza volta consecutiva i comunisti hanno
ottenuto la maggioranza e l'opposizione afferma che ci siano stati
brogli e che i morti inspiegabilmente abbiano votato. La gente ormai
ci ride su: un uomo parla da solo in un cimitero. "Che starà
facendo?", si chiedono due amici . "Un comizio elettorale".

Ora l'atmosfera è distesa e delle manifestazioni di un mese fa restano
solo i lavori di ristrutturazione del parlamento e della presidenza
della repubblica. Le sedi del potere son stato devastate e date alle
fiamme, ma l'opposizione ha mostrato prove che gli atti vandalici
sarebbero stati organizzati da governo e servizi segreti per
screditare il movimento che altrimenti avrebbe potuto estendersi a
macchia d'olio. Le stanze del potere hanno tremato e il perché è sotto
gli occhi di tutti: salari da fame e alta inflazione, liberta'
democratiche a rischio, mezzi di comunicazione controllati piu' o meno
apertamente e corruzione così diffusa che è ormai consuetudine.
Governa un clan la cui ossatura è costituita da Vladimir Voronin e da
suo figlio Oleg. L'uno è stato presidente comunista per due mandati e,
nell'impossibilità costituzionale di ottenerne un terzo, si é appena
fatto nominare presidente del Parlamento, in puro stile-Putin. L'altro
detiene una buona fetta delle attività imprenditoriali del Paese.

Ad accentuare le tensioni, una popolazione divisa a metà tra russofoni
e madrelingua rumeni. É tuttora in corso una rivisitazione molto
grossolana della storia del Paese per porre le basi di un ulteriore
russificazione.

Quattro ragazzi sono morti in circosanze sospette dopo gli arresti
arbirari effettuati per strada o in università dalla polizia, ma la
vita va avanti, anche perchè qui siamo alle prese con una quotidiana
lotta per la sopravvivenza. Ti chiedi come si riesca ad arrivare a
fine-mese: se per strada inizi a pensarci, la mente si arrotola su se
stessa e una vena di tristezza la pervade. Spinti da una vita senza
futuro, un quarto della popolazione è già emigrata.

Questo Paese mi ha ricordato l'Italia. Sarà per il conflitto di
interessi o la corruzione che investe ogni angolo della vita sociale e
che crea cittadini con status diverso a seconda dei redditi. Sarà per
i tentativi di riscrivere la storia ad uso delle esigenze politiche
del momento, o per il sostegno interessato della chiesa al regime, che
stranamente qui vota comunista. Sarà per i salari che giorno dopo
giorno l'inflazione corrode o forse sarà solo per la sospensione dei
diritti in occasione di alcuni momenti di protesta, non so.

Quel che so é che la bella sorpresa di questo angolo di mondo sono
stati i ventenni. A Chişinau ho incontrato i ragazzi piú aperti e
dinamici che abbia mai conosciuto. Laici, informati, con una radicata
cultura democratica. Non é stato un caso se le manifestazioni siano
partite da loro. Se il futuro di una nazione si vede dai suoi figli,
la Repubblica Moldova é sicuramente in buone mani.

lunedì 11 maggio 2009

La doppia morte della cultura rumena



Alle volte, passeggiando tra le praterie di bloc, chiudo gli occhi e provo a immaginare la città prima della dittatura. Mi assale la dolce sensazione di una vita che scorre lenta, tra vie e vicoli costellati di case basse di stili diversi, con gli orti che, al ridosso del centro, formano un anello di congiunzione tra città e campagna.

Poi un giorno arrivarono al potere Ceauşescu e le sue ruspe e, come ogni regime che si rispetti, si scelse di far piazza pulita del passato. L'obiettivo era edificare 'l'uomo nuovo' socialista. Eppure a parole Nicolae mostrava attenzione per la memoria collettiva del suo Paese, affermando: “abbiamo un passato di cui possiamo andar fieri”. In pratica però, per costruire l'attuale Palazzo del Parlamento, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono, l'ex presidente rumeno ha fatto radere al suolo circa 40.000 case graziose, un sesto della città.

Al loro posto distese di edifici di 10 piani, raramente di colori diversi dal grigio, che sembrano funghi velenosi spuntati dopo una pioggia particolarmente acida. Solo i bloc dei boulevard principali del centro ogni tanto sono arricchiti da ornamenti neo liberty o barocco real-socialista. I quartieri storici sopravvissuti al massacro culturale, Lipscani ad esempio, costituiscono una piccola parte del tessuto urbano, mentre fino a meno di cent'anni fa erano la norma.

Il suicidio culturale ha investito il Paese in lungo e largo. I piani, fortunatamente sventati dal crollo del muro, erano di dimezzare entro il 2000 il numero dei villaggi. Prima dell'89, a 29 città è stata cambiata faccia completamente, mentre ad altre l'opera di 'restyling' è cominciata e mai porata a termine.

A Giurgiu, piccola città sulle sponde del Danubio al confine con la Bulgaria, del centro storico si è salvata solo una torre. Quando ho chiesto che aspetto avesse la città nel passato, alcuni coetanei non mi hanno saputo rispondere. Ora Giurgiu si presenta come un triste labirinto di grigi palazzi squadrati di 4 piani, che si inseguono per tutto il perimetro cittadino.

Ovviamente non son stati risparmiati gli edifici di culto. Basti un esempio per afferrare l'entità della carica paranoica: il Monastero del Principe Mihai è stato spostato di quasi 300 metri, per nasconderlo alla vista.

Un simile sistematico tentativo di demolire secoli di cultura crea ancora spaesamento e la modernità, nei suoi aspetti deteriori, ha attecchito in fretta su un terreno culturale devastato. Un capitalismo dalle poche regole e facili guadagni per i soliti loschi figuri, sta portando a termine l'opera iniziata mezzo secolo fa.

Anche in Romania occorreva che tutto cambiasse perché tutto restasse com'era. Il panorama urbano non ha avuto il tempo di cicattrizzare le ferite della folle utopia sovietica, che le ruspe erano già al lavoro per innalzare altri bloc, costruiti in fretta e senza badare alla qualità, altrettanto fuori posto e ipocriti nella loro pretesa di eleganza che sfocia nel kitsch.

I pilastri della nuova vita delle città rumene son diventati i centri commerciali. A Piazza Unirii, centro della Bucarest di Ceauşescu, dove uno shopping mall ha preso il posto degli ex-magazzini di stato perennemente vuoti, gli enormi cartelloni pubblicitari disorientano. Come recita un adesivo comparso in metropolitana dopo il primo maggio: “i comunisti di ieri, capitalisti di oggi”.

domenica 3 maggio 2009

Il tempo dei gitani


La notizia l'ho appresa dagli schermi televisivi di una stazione della metropolitana: un consorzio di comuni del pisano ha deciso di dare un bonus in denaro ai Rom che scelgano di tornare in Romania. Che vita li attende a queste latitudini?

Il sentimento diffuso è quello di una coabitazione malsopportata. Parlando dei problemi di integrazione tra italiani e rumeni, la risposta che comunemente mi sento dare è: “non è colpa nostra se viviamo in un unico stato”, riferendosi ovviamente ai Rom, sui quali viene scaricata la responsabilità dei tristi episodi di cronaca. La stessa cosa m'ha detto anche una giornalista della radio pubblica România Actualitaţi. Argomento debole e che nasconde tensioni.

'Ţigani' (termine comunemente usato per i Rom, e non bisogna aver vissuto a Bucarest per capire che contiene in sé un pizzico di disprezzo) e 'gagii' (per i Rom è l'uomo bianco, un appellativo che marca una non-appartenenza) formano a Bucarest universi paralleli che si sfiorano e si incrociano quotidianamente senza mai fondersi.

Che fanno i Rom, dove vivono e in quali condizioni?

Vivono ai margini, nella grigia area di confine tra legalità e illegalità. Un paio di volte, passando davanti alle abitazioni di famiglie Rom, mi son sentito domandare qualcosa, probabilmente mi hanno offerto le prestazioni di una prostituta. Un tempo fini artigiani, l'avvento delle macchine ha strappato loro il terreno sotto i piedi. Ora trovano impiego nelle aziende che si occupano della pulizia delle strade, riciclano metalli o sono piccoli commercianti. Comunque, stando a dati di alcuni anni fa, la maggioranza vive in condizioni di indigenza. É impossibile non accorgersene: per le strade, tradizione poca e miseria tanta.

Sembra strano, ma molti Rom abitano nelle belle case del centro storico della capitale, edifici del periodo interbellico, quando Bucarest era la 'piccola Parigi'. Case spesso in rovina per la stessa incuria dei proprietari. Ne ho vista una senza finestre in cui – mi hanno raccontato gli assistenti sociali - vive una famiglia che l'inverno scorso aveva vestiti a sufficienza solo per un figlio, mentre gli altri restavano a casa ad aspettare che arrivasse il loro turno per la scuola. Una mattina, alcuni bambini con i quali lavoro mi hanno chiesto se a casa avessi una doccia, di cui loro, che secondo le usanze vivono nelle tende, non dispongono. Bambini e adolescenti dai 9 ai 18 anni in una sola classe, per recuperare anni di studio persi in storie di vita.

Stando a un articolo apparso lo scorso 29 aprile sul quotidiano Gândul, che riportava i risultati di un sondaggio della UE, il 10% dei Rom rumeni è analfabeta. Anche se, secondo l'indagine, qui sono meno discriminati che negli altri Paesi presi in esame (tutti dell'ex blocco sovietico più la Grecia).

Grazie pure alle pressioni di Bruxelles, il governo rumeno, a partire dal 2001, ha varato una serie di leggi anti-discriminazione e si è impegnato a implementare 'azioni positive'. Nel campo dell'istruzione, ad esempio, abolendo le classi separate e riservando un numero di posti nelle università pubbliche.

La vita dei Rom sembra un circolo vizioso che gira in fretta avanzando poco, in un vortice nel quale è difficile distinguere i torti degli uni e le ragioni degli altri. Vista da Bucarest, la strada verso una convivenza più organica è tutta in salita.

venerdì 1 maggio 2009

Le scuole rumene: impressioni contrastanti







Varcata la soglia di una scuola di Giurgiu, grigia citta' al confine con la Bulgaria dove i bloc, i palazzi stile socialismo reale, sembrano funghi velenosa spuntati dopo una notte piovosa, son stato colpito dal profumo di incenso.

Stupendo, abituato al tanfo di trascuratezza delle scuole italiane.

E poi, come in tutte le scuole rumene, nell'atrio i disegni dei bambini esposti su bacheche. Mi piacciono le scuole rumene, mi sembrano luoghi aperti. Almeno questa e' la prima impressione, che si alterna alla sensazione di un'istituzione in realta' gerarchica e oppressiva. I due pensieri opposti sulle scuole rumene, apertura e modernita' vs rigidita' e gerarc
hia, convivono in me senza particolari conflitti.

Ieri son stato a Giurgiu per tenere un corso diretto a bambini e adolescenti sulla navigazione sicura in internet. Organizzato da Salvati Copiii, il progetto si chiama Safer Internet Plus.

Ordianti nelle loro divise, questi bimbi mi hanno fatto tenerezza. Appena la maestra chiedeva loro qualcosa, puntuali come orologi svizzeri alzavano la mano e oscillavano il palmo a richiamare l'attenzione dell'insegnate che ogni volta sceglieva un alunno diverso. Ho viaggiato con la fantasia e son arrivato in Cina o Corea del Nord. Ho paragonato la scena che stavo vivendo all'immagine, mai vissuta di persona ma letta ultimamente in un romanzo di Terzani, di una societa' gerarchica e autoritaria. Ma e' stata un'impressione.

Sara' vero interesse quello mostrato dai bambini o conformismo?


A tal proposito, mi vengono in mente le parole di un amico che mi ha spiegato che qui in Romania spesso i ragazzi fanno volontariato perche' e' un punto a loro favore al momento di trovare un impiego. "Ci con troppi laureati e i datori di lavoro guardano anche a questo" - Ovidiu. E comunque e' impressionante la quantita' di giovani che vedo impegnarsi in attivita' di volontariato, che a me, cresciuto in Italia, civilta' del volontarismo cattolico, puzz
a sempre di conflitti interiori irrisolti.

Tutto il contrario dell'incenso dell'atrio della scuola di Giurgiu.

lunedì 27 aprile 2009

I fiori di Bucarest



Crina da bambina aveva un sogno: incontrare Ceauşescu. Lo vedeva ogni sera in tv. Gli scriveva poesie. Era felice di essere una 'pioniera', una piccola aderente al partito comunista. Un giorno arrivò l'occasione tanto attesa: il 'padre della patria' avrebbe inaugurato il Palazzo dell'Infanzia e scolaresche delle elementari di tutta Bucarest avrebbero dovuto donargli fiori davanti al nuovo edificio. Crina era emozionata, ad occhi aperti fantasticava di porgergli il suo mazzo e in cambio di ricevere un bacio.

“Ordinati nelle nostre divise, ci hanno portato al Palazzo dell'Infanzia alle 6 del mattino. Non ci hanno permesso di tenere niente in tasca, neanche i fazzoletti. Ci hanno perquisito perfino le mutande e la bocca. Faceva freddo, eravamo in piedi e non potevamo andare in bagno. È arrivato alle 2 e ci ha salutato appena, sventolando la mano dal finestrino dell'auto. Poi, scortato dalle sue guardie del corpo, è entrato dall'ingresso posteriore e ha tenuto il discorso dal balcone. Non si è preso i fiori. Che rabbia, che delusione. L'ho odiato. Quando son tornata a casa, ho chiamato disperata mia madre e le ho detto in lacrime che Ceauşescu era un idiota. Le conversazioni telefoniche a quel tempo erano spiate e mia madre, che lo sapeva bene, ha iniziato a dirmi allarmata: «hai la febbre alta, stai delirando, vai a letto!» e ha riattaccato. Ha lasciato il lavoro, mi ha raggiunto a casa e mi ha spiegato ─ i miei genitori non parlavano mai di politica davanti a me perché anche ai bambini veniva chiesto di far da delatori ─ che Ceauşescu era un dittatore. Però ha anche aggiunto che era lui al potere e che avremmo dovuto accettare e convivere col regime”. Era il 1985.

Il nome Crina viene da 'crin', giglio. In Romania è molto comune avere il nome di un fiore, tanto che la domenica prima di Pasqua è la loro festa, ‘florile’, sorta di onomastico collettivo di chi si chiama come un fiore. Gli si fa un regalo.

A Bucarest i fiori profumano ancora. In questi giorni di primavera caldi, assolati, quasi già afosi, che si alternano ad altri freddi e piovosi, il profumo degli alberi in fiore riempe alcune strade della capitale. Ricorda il miele.

É incredibile quanti fiorai ci siano a Bucarest, e sui mezzi pubblici praticamente ogni giorno vedi qualcuno con un mazzo di fiori in mano. Ad ogni angolo una bancarella o la bottega di un fioraio, al mercato i banchi di fiori non si contano. E all'uscita della metro bambini e anziane signore dai capelli raccolti in un fazzoletto, ed è da loro che di solito li compro, che vendono dei mazzi semplici e graziosi.

Per strada trovi sprattutto rose, narcisi, margherite e garofani. Nei giardini pubblici, sui prati ben curati, tanti tulipani, che qui hanno un nome simpatico, 'lalele'.

Spesso mi chiedo come mai a Bucarest i fiori conservino intatto quel profumo che in Italia sembrano aver smarrito. Mi hanno spiegato che potrebbe dipendere dal fatto che gli ambulanti improvvisati, donne e bambini, vendono fiori coltivati in giardini privati o su pezzetti di terra alle porte della capitale. Ma io preferisco pensare all'immagine esotica della Romania porta d'oriente d'Europa, luogo di frontiera, terra vergine e dalle mille potenzialità inesplorate, dove i fiori profumano ancora.

lunedì 20 aprile 2009

Ri-sentimenti nazionali e “rivoluzione antropogica” rumena


Il processo di costruzione dello stato nazione, qui in Romania non è mai terminato. Iniziato, come in tanti altri luoghi d'Europa, alla metà del XIX secolo, esaltando i caratteri di un popolo che si sente discendente degli antichi Romani, parla ancora alle menti e ai cuori di persone che faticano a trovare una prospettiva intima e collettiva da cui guardare saldamente il mondo.

Cos'è accaduto. Quella della Romania è una storia di conquiste, smembramenti, dittature e colonizzazioni camuffate. Tanto per restare al passato recente, parte della Romania, la Bassarabia, l'attuale Repubblica Moldova, fu spartita poco prima della Seconda Guerra Mondiale dal patto Ribbentrop – Molotov, e finì, al termine del conflitto, direttamente sotto il controllo sovietico. La Romania non ebbe sorte tanto diversa, finendo sotto la famigerata influenza comunista moscovita.

A inizi aprile, in occasione delle manifestazioni di sostegno all rivolta degli studenti di Chisinau, sono rimasto colpito da notare giovani assolutamente occidentalizzati e laicizzanti, fare sfoggio di un sentimento nazionalista a cui, venedo dall'Italia, non sono assolutamente abituato e che reputo (forse scioccamente) sciocco.

Due sono le coordinate che possono aiutare a districarsi nel presente del Paese dei Carpazi. Entrambe si intersecano nell'amaro passato comunista. La prima è la costruzione ancora in atto di un sentimento nazionale, mai terminato e simbolizzato dal poeta nazionale Mihail Eminescu. Non a caso, una delle politiche più disastrose di Ceausescu è stata appunto un desiderio di ripagare il debito estero del Paese, a costo di enormi sacrifici e interminabile scarsità di generi alimentari e di altri beni di consumo per la popolazione civile, per dimostrare la grandezza e la forza della nazione. Nazionalismo e autarchia. E forse questa modernizzazione incompiuta spiega anche il lento e faticoso districarsi del Paese nella transizione al mercato che, come mi dicono alcuni amici rumeni, dura ormai da vent'anni.

La seconda coordinata, legata alla prima come due piatti di una vecchia bilancia che oscillano lontani, è un sentimento di inferiorità verso le culture occidentali. La capitale è piena di copie di momumenti esteri e nel secolo scorso, nel periodo tra le due guerre, veniva soprannominata “la piccola Parigi”. Gli affari più grandi qui in Romania sono gestiti da aziende straniere, che trovano terreno fertile che invece i locali non riescono a valorizzare. Più che nel resto dei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, qui in Romania l'avvento del regime comunista ha significato il tentativo di una sistematica cancellazione del passato. Piano che mi pare all'altzza del partito comunista cinese e di Pol Pot, il sangunario dittatore cambogiano. A Bucarest interi quartieri di preziosa architettura 'belle epoque' sono stati rasi al suo per far posto a distese di bloc e al mostruoso edificio che ora ospita il Parlamento, che sarebbe dovuto essere la residenza di Ceausescu e di sua moglie Elena. Un classico suicidio culturale di una cultura che stenta a inquadrarsi in un angolo sicuro di una mappa cognitiva che le riservi un posto alla pari accanto alle altre culture europee e mondiali.

Il 'progresso', come una pianta infestante, trova su quest'albero dalle radici poco solide il terreno ideale dove prosperare. Se negli anni '80 il panorama urbano era deturpato dai palazzi grigio-comunista, oggi il romanticismo di alcuni scorci è disturbato dal proliferare dei centri commerciali e da un'urbanistica dalle poche regole e facili guadagni.

Ogni giorno, come un ritornello, dal panettiere o nelle pasticcerie, mentre compro degli ottimi rustici dolci o salati, resto scioccato dall'incarto rigorosamente in plastica di infima qualità che si rompe al primo leggero strattone. La “rivoluzione antropologica” dell'incontro tra moderno, tradizione e ceneri del comunismo, conditi con lo spirito tzigano che aleggia per la Romania, ha il triste profilo di cocalari e pitzipoanca, che sono i termini dispregiativi con cui la Bucarest bene e colta definisce ragazzi e ragazze della periferia acconciati in modo ridicolo in un'esaltazione di mascolinità, violenza malcelata, bellezza da grande magazzino, esibizione di contorni volgari e stasus symbol. Le sonorità di queste generazioni di giovani sono quelle tristi di manele, sottoprodotto della tradizione musicale tzigana adattato all'occorrenza a gusti discotecari commerciali.

Il colonialismo e la perdita della sovranità nazionale oggi per i rumeni hanno il viso 'democratico' dell'Unione Europea. Sono tanti coloro che vedono frettoloso e campato in aria il processo di integrazione nella Comunità. Processo che secondo i detrattori avrebbe portato ancora una volta alla svendita delle bellezze e dei prodotti (specie di quelli alimentari) nazionali. La strada verso una risoluzione del dilemma dei ri-sentimenti nazionali rumeni sembra ancora lunga.

lunedì 13 aprile 2009

Chişinău Calling



Accade ai margini dell'Europa e a un passo da Bucarest, che migliaia di giovani, esasperati da un regime corrotto e autoritario, si riversino in piazza per contestare i risultati delle elezioni vinte dal partito comunista al potere dal 2001. La rivolta di Chişinău, capitale della Repubblica Moldova, la prima rivoluzione nata attraverso i social network di Internet (non a caso l'hanno definita “Twitter Revolution”), raccoglie tra i ragazzi rumeni una solidarietà unanime. I rumeni sentono di condividere coi vicini moldovi, che parlano la stessa lingua e fino alla Seconda Guerra Mondiale vivevano sotto un'unica bandiera, un destino simile. Grazie a un attivista di Bucarest sono riuscito a entrare in contatto con Adina, giovane studentessa di giurisrudenza di Chişinău, che ha partecipato alle proteste e mi ha raccontato via web alcuni dettagli delle vicende di questi giorni. Eccoli:

Ho partecipato alla prima manifestazione, quella del 6 aprile, che era stata pensata come una sorta di flashmob. Ero all'università e tutti parlavano con rabbia delle elezioni del giorno prima. Ci chiedevamo come avremmo fatto a vivere altri 4 anni sotto un regime comunista. Verso le 15 ricevo un sms: alcuni giovani avevano dichiarato il 6 aprile giorno di lutto. L'idea era che ogni ragazzo che non avesse votato comunista si recasse in centro con una candela in mano.

All'inizio eravamo 100 persone, poi il numero è cresciuto e abbiamo deciso di spostarci davanti al palazzo presidenziale. Siam quindi tornati davanti alla sede del governo ed eravamo già in 25.000. Sentivo il dolore di ognuno. L'atmosfera era calma.

Il giorno dopo non son potuta andare alla manifestazione perché avevo lezione. Quando ho sentito quello che stava accadendo, è stato uno shock. Son tornata dritta a casa. Avevo paura che qualcosa potesse accadermi, che potessi essere arrestata. É stato dato fuoco al Parlamento. Il giorno dopo ci son passata davanti, è stato triste vederlo ridotto così.

Gli abitanti di Chişinău sono convinti che i disordini del 7 aprile siano stati organizzati dai servizi di sicurezza e la stampa ha mostrato foto che lo dimostrano. I partiti dell'opposizione hanno raccolto le prove che persone morte erano ancora iscritte nelle liste elettorali, e hanno votato!

Le manifestazioni sono continuate pacificamente fino ad oggi (domenica 12 aprile per chi legge). Cosa accade ora: a partire dalla notte tra il 7 e l'8 aprile, la polizia ha iniziato a effettuare arresti arbitrari in strada. La prima notte son stati 200. Poliziotti in borghese son venuti all'università e anche lì hanno arrestato senza criterio. Secondo i dati ufficiali, sarebbero già 229 le persone che hanno subito un processo. La stampa ha parlato di persone picchiate durante la detenzione. Come un mio amico, che dopo 2 giorni di carcere era pieno di lividi. Alcuni hanno subito un processo nella stazione di polizia senza possibilità di chiamare un avvocato o avvisare la famiglia. Oggi abbiamo saputo che un detenuto è morto per le percosse ricevute.

La frustrazione è ancora maggiore perché la gente delle campagna non ha la minima idea di quel che sta accadendo nella capitale. La tv di stato ha mostrato solo le immagini degli scontri e le dichiarazioni del presidente che ha definito 'vandali' i manifestanti.

La situazione sta diventando terrificante. Internet ha subito restrizioni, tutti hanno paura. I miei hanno paura che mi vengano ad arrestare perché una rete televisiva ha mostrato alcune immagini della prima manifestazione in cui si vede la mia faccia.

Ora tutto è calmo, ma questo silenzio sembra pesante come un macigno. Non sappiamo cosa accadrà, ma siamo praticamente sicuri che niente cambierà. Il sistema giudiziario è nelle mani delle autortà, la polizia non si attiene ad alcuna legge. Sento che ho meno diritti di prima. La paura sta crescendo. Non cammino mai per strada da sola, sono sospettosa di chi mi sta intorno, i miei compagni hanno paura di parlare nei corridoi dell'università.

Per noi è importante ricevere il sostegno dell'Europa, che però si è tirata indietro. Anche se i nostri obiettivi – fermare il comunismo e rifare le lezioni – non sono stati raggiunti, le proteste sono state viste da tutto il mondo. Almeno il mondo sa che i morti hanno votato per questo governo e non noi, i vivi”.


Here are some links where you can get the whole picture of the events: http://www.kosmopolito.org/2009/04/09/%E2%80%9Crevolution-here-we-come%E2%80%9D-or-consequences-part-4/
Links to webpages with the images of persons beaten during their reclusion in jail: http://www.jurnaltv.md/?mod=martor&id=462
And here in English, photos and description of the events: http://www.unimedia.info/

The picture above comes from www.unimedia.info


mercoledì 8 aprile 2009

Liberazione in salsa rumena




Se il fantasma del comunismo non si aggira più per l'Europa è anche merito di Timişora e dei suoi abitanti. Nella città rumena al confine con la Serbia, infatti, nel dicembre del 1989 aveva inizio la rivoluzione che avrebbe portato al crollo del folle regime di Ceauşescu e di sua moglie Elena.

Sono venuto nella 'primul oraş liber' – prima città libera della Romania, per un corso di formazione organizzato dalla ong presso cui sto svolgendo il tirocinio. E le domande che ho ripetuto per tre giorni ai miei giovani interlocutori sono state sempre le stesse: “che ne pensi, che ti ricordi della rivoluzione?”

Rivoluzione? Intanto molti affermano si sia trattato di un colpo di stato organizzato da alcuni membri della nomenclatura comunista, che avevano fiutato la fine di una dittatura che aveva perso ogni residuo di credibilità. Fatto sta che qui, nella città multietnica mèta prediletta degli imprenditori italiani, in quei giorni terribili di fine autunno di cadaveri eran piene le strade.

“Non so perché ti agiti tanto con questa rivoluzione. Comunque non interessa più a nessuno” (dal film “A est di Bucarest” di Corneliu Porumboiu). “I rumeni sono troppo impegnati ad affrontare la vita di tutti i giorni per pensare alla rivoluzione”. Lo dice Silvia, 22enne iscritta a odontoiatria, che delle manifestazioni di quei giorni ricorda che era sotto il tavolo, mentre dalla strada arrivavano i suoni degli spari e dei carri armati che cercavano di fermare i dimostranti inferociti. Sua madre era lì con loro. Aggiunge: “indubbiamente è stato un cambiamento positivo, ma...”

Animati da scetticismo, qualunquismo e disillusione, non mancano i nostalgici, o meglio gli 'ostalgici', come li chiamano in Germania. Sono i vinti di turno, coloro che non hanno beneficiato delle riforme politico-economiche. Non sono pochi, di solito anziani che fanno più fatica che mai a campare, con 50 euro di pensione che lo stato versa loro. Un tempo avevano tutto o almeno tutto quello di cui, secondo gli stretti canoni della pianificazione quinquennale, avevano bisogno. “La domenica mattina – mi dice Cristina, laureata in scienze politiche – si ritrovano in Piazza della Vittoria, accanto alla cattedrale ortodossa. Li vedo parlare in cerchio, mi pare rimpiangano il passato”. Rappresentano il blocco sociale che ha sancito la vittoria, nelle prime elezioni 'libere' dopo la fine del Patto di Varsavia, di Ion Iliescu, vecchia figura del regime che ha guidato la transizione.

In questi giorni i riflettori dei media sono puntati verso un altro personaggio controverso, un imprenditore rampante che ha fatto fortuna con la speculazione edilizia e ha poi acquistanto la Steaua Bucarest. Gigi Becali è finito in manette per aver rapito i tre che gli avevano rubato l'auto. Era entrato in politica forte dell'appoggio della popolazione delle campagne e usando lo strumento sempreverde della religione, stavolta ortodossa. Non ha avuto il successo sperato e si è fatto da parte. “Una testa vuota”, è l'appellativo che sento associare più di frequente al suo nome. Una storia già vista.

In Romania i giorni del totalitarismo sembrano acqua passata, alcuni addirittura paiono rimpiangerli. Le purghe, che da noi avevano l'odore nauseante dell'olio di ricino, fanno sempre meno colpo sulle coscienze assopite. Come recita un brano rap famoso da queste parti, “Italia (lapsus, ovviamente volevo dire Romania), svegliati!”

(pubblicato il 7 aprile sul quotidiano L'Attacco)

Un Paese normale


Un'idea falsa dei rumeni e della Romania è impressa nell'immaginario collettivo degli italiani. É il ritratto di un paese dimenticato da dio e popolato da uomini rozzi e lombrosianamente dediti alla violenza. Calpestando le vie di Bucarest, mi accorgo quanto questa rappresentazione sia lontana dalla realtà.
L'atterraggio è stato morbido. Il panorama all'aeroporto ricordava incredibilmente quello che avevo appena lasciato a Ciampino, con le insegne in lontananza di un megastore Ikea e i cartelloni pubblicitari di alcune catene della grande distribuzione presenti anche in Italia.

L'accoglienza non poteva essere più calorosa. Nel primo sabato di primavera, Ovidiu, giovane studente di giurisprudenza fan di Bob Dylan, mi ha accompagnato attraverso il centro storico, raccontandomi la storia di una città radicalmente mutata sotto la forte spinta economica degli ultimi anni e che da sempre nutre una grande ammirazione per la cultura e l'architettura occidentale. Non a caso qui si trova una copia dell'Arco di Trionfo, l'edificio della facoltà di giurisprudenza è ispirato all'ateneo di Padova e la vecchia sede del quotidiano “La scintilla”, organo ufficiale del partito prima del 1989, è stata costruita a immagine dell'Università Lomonosov di Mosca.

Appena arrivato, non potevo non visitare l'abnorme Palazzo del Popolo, oggi sede del parlamento, opera di uno dei più folli dittatori dell'ex impero sovietico, Nicolae Ceauşescu. Ho avuto il piacere e la fortuna di vederlo a luci spente, appariva più sobrio, quasi a misura d'uomo. Merito di un'iniziativa lanciata dal WWF, 'Earth hour', per sensibilizzare al risparmio energetico e alla difesa dell'ambiente. Sabato ha lasciato al buio il simbolo di un passato amaro. Bucarest è una delle 1000 città del globo che vi hanno aderito, e, candele in mano, nella Piazza della Costituzione una piccola folla prendeva parte a questa cerimonia laica.

Pensavo di partire per una terra assediata e invece nella capitale rumena, nonostante la crisi, si respira entusiasmo. Nei caffè affollati si incontra l'atmosfera leggera delle nuvole di fumo di studenti e business men, giovani fanno la fila per prendere posto a un piccolo festival organizzato dal Cinema Studio.
Fino a vent'anni fa, le file si vedevano solo fuori dai generi alimentari di stato che venivano riforniti saltuariamente. Alla scarsità cronica dei giorni del socialismo reale, si è sostituito un appetito difficilmente saziabile di status symbol, auto di grossa cilindrata, cellulari e vestiti alla moda. Sembra voler mostrare l'appartenenza a un mondo più grande, che si globalizza e delocalizza qui la produzione.

La Romania è un paese normale nelle sue contraddizioni. Solo, qui hanno il sapore dei romanzi di Dickens, la sonorità dei dialetti salentini e la vivacità tutta balcanica dei film di Kusturica. É animata dallo stesso disinteresse verso la politica che attraversa la penisola. Dalle ceneri del centralismo democratico è emersa una classe dirigente riciclata, nella quale pochi ripongono ancora fiducia, specialmente dopo il compromesso elettorale dello scorso anno che ha portato al governo una grossa coalizione che piace a pochi.

Sono rumorosi e anche qui scomodi. La comunità Rom è circondata dalla stessa diffidenza, anche se la musica che suonano l'ascolti praticamente ovunque. Manele, così chiamano questo strano miscuglio di musica gitana, base elettronica e influenze turche. I testi parlano di donne, denaro, successo. Bucarest è più vicina di quanto pensiamo.

(pubblicato il 31 marzo sul quotidiano L'Attacco)

Quella sporca partita giocata sul corpo delle donne

In un tempo remoto che sfuma in leggenda, Romolo, dopo aver fondato la città eterna e aver chiamato a sè i pastori delle terre circostanti, chiede alle popolazioni vicine un certo numero di donne con cui popolare la neonata Roma. Al netto rifiuto dei popoli confinanti, Romolo risponderà con l'astuzia, organizzando la festa che sarà pretesto per il famoso 'ratto'. Nota a margine: scrive Tito Livio che Romolo in persona si aggirava tra le sabine rapite giustificando il proprio gesto con la “superbia” del rifiuto dei loro padri.

Esattamente come allora, anche oggi la storia consegna alle donne il conto salato dei pessimi rapporti di vicinato e del clima di incomunicabilità dei rispettivi popoli. Le violenze sulle donne di questi mesi sono infatti solo un piccolo e fosco affresco di un quadro ben più ampio e inquietante, che a nessuno conviene mostrare.
Dall'omicidio Reggiani in poi, tutti conoscono i terribili episodi di violenza contro donne italiane, pochi però hanno letto o sentito la storia di Magdalena, 38enne romena che lo scorso 13 maggio è stata stuprata a Roma da un coetaneo italiano. Compagno della datrice di lavoro della romena, l'uomo, un mese di domiciliari più tardi era già in libertà. E la politica dov'era, perchè nessuno ha urlato, come di solito accade in questi casi?

Le violenze sono utili se possono essere cavalcate politicamente per alimentare un razzismo che svii l'attenzione dalla profonda crisi economica. Le violenze sono utili per ripristinare le relazioni tra i sessi che ci siamo con tanta fatica lasciati alle spalle, indicando alle donne allarmate che l'unico luogo sicuro in cui rifugiarsi sono le mura di casa (sorvolando su un aspetto non proprio secondario: una gran parte delle violenze avviene accanto al focolare domestico).
Nessuno ha parlato di Magdalena perché non conveniva. Come non conveniva far rumore per la violenza di gruppo ai danni di una giovanissima prostituta romena, a cui ha partecipato anche un politico locale lombardo fuoriuscito dalla Lega, famoso per le sue ordinanze contro il mestiere più antico del mondo, condannato poco più di un mese fa a 6 anni di carcere.

A proposito, perché si parla così poco del dramma della prostituzione romena in Italia, che vede giovani donne ridotte a schiave del sesso vittime di tratta? Perchè nessuno accenna mai al disprezzo che avvolge i nostri connazionali in Romania, cresciuto osservando l'arroganza di chi pretende di comprare anche l'amore con la forza della propria moneta?

Le donne italiane subiscono i colpi di una politica della (non) integrazione e della sicurezza intesa solo come polizia che sta trasformando la penisola nel luogo della delazione di stato e della solidarietà latitante. Lo scorso 14 febbraio una 15enne è stata barbaramente violentata a Bologna. Ecco il resoconto di una guardia giurata che ha assistito allo stupro: «Ho visto quell'uomo robusto che pestava quella ragazzina magra come un giunco. [...] C'erano macchine che passavano in strada, ho chiesto aiuto agitando le braccia, ma nessuno si è fermato. Nemmeno un uomo sulla cinquantina, che passeggiava sul marciapiede accanto a me e che quelle grida deve per forza averle sentite. Mi ha detto “non mi interessa” e se n'è andato» (La Repubblica, 15/02/09). Paradossalmente, sembra che a ricucire gli strappi di un corpo sociale in frantumi ci stiano pensando le donne rumene, che si rompono la schiena e perdono il sonno per accudire i nostri anziani non autosufficienti. Ma a chi conviene parlarne?

(pubblicato il 14 marzo sul quotidiano L'Attacco)

I cugini di campagna

Sto cercando di imparare qualche parola di rumeno. Parto a fine mese, vado a Bucarest per un Progetto Leonardo, finanziato con i soldi della Comunità Europea e organizzato dall'Università di Foggia. Ci resterò quattro mesi, lavorerò con una Ong, Save the Children, in un centro diurno che ospita bambini dalla triste infanzia, orfani, Rom e bambini di strada. Occasione splendida e irripetibile, volare al di là della cortina quando il sentimento dominante è 'rispediamoli tutti a casa', un muro non più fatto di ferro e cemento ma di confusione, ignoranza e diffidenza.

Mi accorgo sempre più quanto le nostre lingue siano simili. Il romeno infatti, al pari dell'italiano o del francese, è una lingua romanza figlia del latino. Qualche esempio illustrerà meglio la somiglianza di cui parlo: 'vulpe' significa volpe, 'nomad' nomade, 'altul' altro, 'librărie' libreria e 'liber' libero. Le parole sono gli strumenti grazie ai quali costruiamo la realtà che ci circonda, il linguaggio è metafora della relazione profonda che ci lega alla natura e ai nostri simili, che parla del rispetto della vita, della danza dell'amore e del rapporto con l'inevitabile morte. Per questo, per sottolineare le affinità che uniscono i due popoli, spesso si dice che italiani e romeni siano cugini.

Eppure nessuna lingua suona oggi alle nostre orecchie tanto distante quanto quella parlata al di là dei Balcani. Alimentato dai tristi episodi di cronaca e dalla strumentalizzazione politica, è sempre più diffuso in Italia quello che si può a ragione definire un 'conformismo dell'avversione': i romeni sembrano essere diventati il capro espiatorio di turno, l'oggetto dell'ennesima caccia alle streghe.

Siamo due popoli le cui culture si intersecano e sovrappongono. Lo percepiamo, ne siamo consapevoli, ma questo pensiero ci infastidisce. I nostri percorsi umani sono simili: i romeni arrivano oggi in Italia come qualche decennio fa i nostri nonni partivano per le Americhe, l'Australia o l'Europa continentale, con la stessa valigia di cartone, con le stesse speranze e la stessa frustrazione di vedersi sbattuta la porta in faccia solo perchè le mani sono quelle grosse da contadino (Maddalena Tirabassi, studiosa dei fenomeni migratori, scrive: “I calabresi e i siciliani che approdavano alle città statunitensi, da una Commissione parlamentare istituita nel 1911 [...] venivano individuati e descritti come coloro che davano un contributo fondamentale alla crescita del fenomeno della delinquenza nelle città americane”).

I romeni sono nostri cugini, ma cugini di campagna. Quelli di cui ci vergogniamo quando li presentiamo ai nostri amici, quelli che non conoscono le buone maniere e abbiamo paura ci facciano fare brutta figura. Il cugino di campagna rappresenta la parte di noi che consideriamo poco presentabile e preferiamo non vedere o tenere in disparte, la stessa che, quando la riconosciamo nello specchio, quasi stentiamo a credere ci appartenga, ora che siamo diventati borghesi e metropolitani.

Il problema è che, più si tiene nascosto e separato un aspetto della propria personalità, più lo si proietta all'esterno e diventano forti i sentimenti di ostilità verso chi ci ricorda quel tratto del nostro carattere che ci risulta così difficile accettare. Come quando ci sta antipatico qualcuno, ma talmente antipatico che non riusciamo a sopportarlo neanche per mezz'ora, talmente odiosa è l'immagine che vediamo riflessa nella pupilla dell'altro, la nostra propria immagine.
(pubblicato il 17 marzo sul quotidiano L'Attacco)

Romania Dreamin'

Son partito per la Romania con uno zaino di paure e un pugno di speranze.
Paure di una terra lontana e di un luogo inospitale. E il sogno di arrivare alla frontiera, ai limiti dell'Europa, dove paradossalmente la partita è più aperta e le possibilità più accessibili.

A un passo da Bucarest, nella cui periferia dimoro, è scoppiata la rivoluzione. Come vent'anni fa nel Paese dei Carpazi, ieri a Chisinau gli studenti sono scesi in piazza. E venerdì saranno ancora più numerosi, ché la polizia non riuscirà a contenere fuori delle porte della capitale gli abitanti di una Repubblica Moldova esausta di un regime vecchio e corrotto. Finalmente una rivoluzione bambina, che parla la lingua semplice di chi è ancora assetato di vita.

Solidarietà. Questa sera mi sono unito ai giovani rumeni che, solidali con i fratelli oltreconfine, affollavano Piata Universitate.

Gridavano "Libertate!"
Oggi a Bucarest, i ragazzi cresciuti dopo il 1989 hanno creato un ponte tra presente e passato, ricalcando le orme dei padri, che la rivoluzione l'hanno pagata col sangue. E nello stesso tempo lanciando un monito alle generazioni passate: "se fossimo stati al vostro posto, i sogni non si sarebbero arenati nel fango della paura di cambiare".