martedì 19 maggio 2009

I fiori di Chişinau


A Chişinau, capitale della Republica Moldova, c'é un tocco di oriente
perfino nei classici condomini socialisti. La città, piena di larghi
viali alberati e inframezzata da enormi parchi, è rinomata per
l'ospitalità e la socievolezza dei suoi abitanti. La primavera é
sbocciata in tutta la sua bellezza e il corso principale, Stefan cel
Mare, è un viavai continuo di gente che passeggia.

Il piccolo Paese ai confini d'Europa, a inizi aprile ha riempito le
pagine dei quotidiani di mezzo mondo perchè una 'massa critica' di
giovani si è riversata nelle strade per contestare i risultati delle
elezioni politiche. Per la terza volta consecutiva i comunisti hanno
ottenuto la maggioranza e l'opposizione afferma che ci siano stati
brogli e che i morti inspiegabilmente abbiano votato. La gente ormai
ci ride su: un uomo parla da solo in un cimitero. "Che starà
facendo?", si chiedono due amici . "Un comizio elettorale".

Ora l'atmosfera è distesa e delle manifestazioni di un mese fa restano
solo i lavori di ristrutturazione del parlamento e della presidenza
della repubblica. Le sedi del potere son stato devastate e date alle
fiamme, ma l'opposizione ha mostrato prove che gli atti vandalici
sarebbero stati organizzati da governo e servizi segreti per
screditare il movimento che altrimenti avrebbe potuto estendersi a
macchia d'olio. Le stanze del potere hanno tremato e il perché è sotto
gli occhi di tutti: salari da fame e alta inflazione, liberta'
democratiche a rischio, mezzi di comunicazione controllati piu' o meno
apertamente e corruzione così diffusa che è ormai consuetudine.
Governa un clan la cui ossatura è costituita da Vladimir Voronin e da
suo figlio Oleg. L'uno è stato presidente comunista per due mandati e,
nell'impossibilità costituzionale di ottenerne un terzo, si é appena
fatto nominare presidente del Parlamento, in puro stile-Putin. L'altro
detiene una buona fetta delle attività imprenditoriali del Paese.

Ad accentuare le tensioni, una popolazione divisa a metà tra russofoni
e madrelingua rumeni. É tuttora in corso una rivisitazione molto
grossolana della storia del Paese per porre le basi di un ulteriore
russificazione.

Quattro ragazzi sono morti in circosanze sospette dopo gli arresti
arbirari effettuati per strada o in università dalla polizia, ma la
vita va avanti, anche perchè qui siamo alle prese con una quotidiana
lotta per la sopravvivenza. Ti chiedi come si riesca ad arrivare a
fine-mese: se per strada inizi a pensarci, la mente si arrotola su se
stessa e una vena di tristezza la pervade. Spinti da una vita senza
futuro, un quarto della popolazione è già emigrata.

Questo Paese mi ha ricordato l'Italia. Sarà per il conflitto di
interessi o la corruzione che investe ogni angolo della vita sociale e
che crea cittadini con status diverso a seconda dei redditi. Sarà per
i tentativi di riscrivere la storia ad uso delle esigenze politiche
del momento, o per il sostegno interessato della chiesa al regime, che
stranamente qui vota comunista. Sarà per i salari che giorno dopo
giorno l'inflazione corrode o forse sarà solo per la sospensione dei
diritti in occasione di alcuni momenti di protesta, non so.

Quel che so é che la bella sorpresa di questo angolo di mondo sono
stati i ventenni. A Chişinau ho incontrato i ragazzi piú aperti e
dinamici che abbia mai conosciuto. Laici, informati, con una radicata
cultura democratica. Non é stato un caso se le manifestazioni siano
partite da loro. Se il futuro di una nazione si vede dai suoi figli,
la Repubblica Moldova é sicuramente in buone mani.

lunedì 11 maggio 2009

La doppia morte della cultura rumena



Alle volte, passeggiando tra le praterie di bloc, chiudo gli occhi e provo a immaginare la città prima della dittatura. Mi assale la dolce sensazione di una vita che scorre lenta, tra vie e vicoli costellati di case basse di stili diversi, con gli orti che, al ridosso del centro, formano un anello di congiunzione tra città e campagna.

Poi un giorno arrivarono al potere Ceauşescu e le sue ruspe e, come ogni regime che si rispetti, si scelse di far piazza pulita del passato. L'obiettivo era edificare 'l'uomo nuovo' socialista. Eppure a parole Nicolae mostrava attenzione per la memoria collettiva del suo Paese, affermando: “abbiamo un passato di cui possiamo andar fieri”. In pratica però, per costruire l'attuale Palazzo del Parlamento, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono, l'ex presidente rumeno ha fatto radere al suolo circa 40.000 case graziose, un sesto della città.

Al loro posto distese di edifici di 10 piani, raramente di colori diversi dal grigio, che sembrano funghi velenosi spuntati dopo una pioggia particolarmente acida. Solo i bloc dei boulevard principali del centro ogni tanto sono arricchiti da ornamenti neo liberty o barocco real-socialista. I quartieri storici sopravvissuti al massacro culturale, Lipscani ad esempio, costituiscono una piccola parte del tessuto urbano, mentre fino a meno di cent'anni fa erano la norma.

Il suicidio culturale ha investito il Paese in lungo e largo. I piani, fortunatamente sventati dal crollo del muro, erano di dimezzare entro il 2000 il numero dei villaggi. Prima dell'89, a 29 città è stata cambiata faccia completamente, mentre ad altre l'opera di 'restyling' è cominciata e mai porata a termine.

A Giurgiu, piccola città sulle sponde del Danubio al confine con la Bulgaria, del centro storico si è salvata solo una torre. Quando ho chiesto che aspetto avesse la città nel passato, alcuni coetanei non mi hanno saputo rispondere. Ora Giurgiu si presenta come un triste labirinto di grigi palazzi squadrati di 4 piani, che si inseguono per tutto il perimetro cittadino.

Ovviamente non son stati risparmiati gli edifici di culto. Basti un esempio per afferrare l'entità della carica paranoica: il Monastero del Principe Mihai è stato spostato di quasi 300 metri, per nasconderlo alla vista.

Un simile sistematico tentativo di demolire secoli di cultura crea ancora spaesamento e la modernità, nei suoi aspetti deteriori, ha attecchito in fretta su un terreno culturale devastato. Un capitalismo dalle poche regole e facili guadagni per i soliti loschi figuri, sta portando a termine l'opera iniziata mezzo secolo fa.

Anche in Romania occorreva che tutto cambiasse perché tutto restasse com'era. Il panorama urbano non ha avuto il tempo di cicattrizzare le ferite della folle utopia sovietica, che le ruspe erano già al lavoro per innalzare altri bloc, costruiti in fretta e senza badare alla qualità, altrettanto fuori posto e ipocriti nella loro pretesa di eleganza che sfocia nel kitsch.

I pilastri della nuova vita delle città rumene son diventati i centri commerciali. A Piazza Unirii, centro della Bucarest di Ceauşescu, dove uno shopping mall ha preso il posto degli ex-magazzini di stato perennemente vuoti, gli enormi cartelloni pubblicitari disorientano. Come recita un adesivo comparso in metropolitana dopo il primo maggio: “i comunisti di ieri, capitalisti di oggi”.

domenica 3 maggio 2009

Il tempo dei gitani


La notizia l'ho appresa dagli schermi televisivi di una stazione della metropolitana: un consorzio di comuni del pisano ha deciso di dare un bonus in denaro ai Rom che scelgano di tornare in Romania. Che vita li attende a queste latitudini?

Il sentimento diffuso è quello di una coabitazione malsopportata. Parlando dei problemi di integrazione tra italiani e rumeni, la risposta che comunemente mi sento dare è: “non è colpa nostra se viviamo in un unico stato”, riferendosi ovviamente ai Rom, sui quali viene scaricata la responsabilità dei tristi episodi di cronaca. La stessa cosa m'ha detto anche una giornalista della radio pubblica România Actualitaţi. Argomento debole e che nasconde tensioni.

'Ţigani' (termine comunemente usato per i Rom, e non bisogna aver vissuto a Bucarest per capire che contiene in sé un pizzico di disprezzo) e 'gagii' (per i Rom è l'uomo bianco, un appellativo che marca una non-appartenenza) formano a Bucarest universi paralleli che si sfiorano e si incrociano quotidianamente senza mai fondersi.

Che fanno i Rom, dove vivono e in quali condizioni?

Vivono ai margini, nella grigia area di confine tra legalità e illegalità. Un paio di volte, passando davanti alle abitazioni di famiglie Rom, mi son sentito domandare qualcosa, probabilmente mi hanno offerto le prestazioni di una prostituta. Un tempo fini artigiani, l'avvento delle macchine ha strappato loro il terreno sotto i piedi. Ora trovano impiego nelle aziende che si occupano della pulizia delle strade, riciclano metalli o sono piccoli commercianti. Comunque, stando a dati di alcuni anni fa, la maggioranza vive in condizioni di indigenza. É impossibile non accorgersene: per le strade, tradizione poca e miseria tanta.

Sembra strano, ma molti Rom abitano nelle belle case del centro storico della capitale, edifici del periodo interbellico, quando Bucarest era la 'piccola Parigi'. Case spesso in rovina per la stessa incuria dei proprietari. Ne ho vista una senza finestre in cui – mi hanno raccontato gli assistenti sociali - vive una famiglia che l'inverno scorso aveva vestiti a sufficienza solo per un figlio, mentre gli altri restavano a casa ad aspettare che arrivasse il loro turno per la scuola. Una mattina, alcuni bambini con i quali lavoro mi hanno chiesto se a casa avessi una doccia, di cui loro, che secondo le usanze vivono nelle tende, non dispongono. Bambini e adolescenti dai 9 ai 18 anni in una sola classe, per recuperare anni di studio persi in storie di vita.

Stando a un articolo apparso lo scorso 29 aprile sul quotidiano Gândul, che riportava i risultati di un sondaggio della UE, il 10% dei Rom rumeni è analfabeta. Anche se, secondo l'indagine, qui sono meno discriminati che negli altri Paesi presi in esame (tutti dell'ex blocco sovietico più la Grecia).

Grazie pure alle pressioni di Bruxelles, il governo rumeno, a partire dal 2001, ha varato una serie di leggi anti-discriminazione e si è impegnato a implementare 'azioni positive'. Nel campo dell'istruzione, ad esempio, abolendo le classi separate e riservando un numero di posti nelle università pubbliche.

La vita dei Rom sembra un circolo vizioso che gira in fretta avanzando poco, in un vortice nel quale è difficile distinguere i torti degli uni e le ragioni degli altri. Vista da Bucarest, la strada verso una convivenza più organica è tutta in salita.

venerdì 1 maggio 2009

Le scuole rumene: impressioni contrastanti







Varcata la soglia di una scuola di Giurgiu, grigia citta' al confine con la Bulgaria dove i bloc, i palazzi stile socialismo reale, sembrano funghi velenosa spuntati dopo una notte piovosa, son stato colpito dal profumo di incenso.

Stupendo, abituato al tanfo di trascuratezza delle scuole italiane.

E poi, come in tutte le scuole rumene, nell'atrio i disegni dei bambini esposti su bacheche. Mi piacciono le scuole rumene, mi sembrano luoghi aperti. Almeno questa e' la prima impressione, che si alterna alla sensazione di un'istituzione in realta' gerarchica e oppressiva. I due pensieri opposti sulle scuole rumene, apertura e modernita' vs rigidita' e gerarc
hia, convivono in me senza particolari conflitti.

Ieri son stato a Giurgiu per tenere un corso diretto a bambini e adolescenti sulla navigazione sicura in internet. Organizzato da Salvati Copiii, il progetto si chiama Safer Internet Plus.

Ordianti nelle loro divise, questi bimbi mi hanno fatto tenerezza. Appena la maestra chiedeva loro qualcosa, puntuali come orologi svizzeri alzavano la mano e oscillavano il palmo a richiamare l'attenzione dell'insegnate che ogni volta sceglieva un alunno diverso. Ho viaggiato con la fantasia e son arrivato in Cina o Corea del Nord. Ho paragonato la scena che stavo vivendo all'immagine, mai vissuta di persona ma letta ultimamente in un romanzo di Terzani, di una societa' gerarchica e autoritaria. Ma e' stata un'impressione.

Sara' vero interesse quello mostrato dai bambini o conformismo?


A tal proposito, mi vengono in mente le parole di un amico che mi ha spiegato che qui in Romania spesso i ragazzi fanno volontariato perche' e' un punto a loro favore al momento di trovare un impiego. "Ci con troppi laureati e i datori di lavoro guardano anche a questo" - Ovidiu. E comunque e' impressionante la quantita' di giovani che vedo impegnarsi in attivita' di volontariato, che a me, cresciuto in Italia, civilta' del volontarismo cattolico, puzz
a sempre di conflitti interiori irrisolti.

Tutto il contrario dell'incenso dell'atrio della scuola di Giurgiu.

lunedì 27 aprile 2009

I fiori di Bucarest



Crina da bambina aveva un sogno: incontrare Ceauşescu. Lo vedeva ogni sera in tv. Gli scriveva poesie. Era felice di essere una 'pioniera', una piccola aderente al partito comunista. Un giorno arrivò l'occasione tanto attesa: il 'padre della patria' avrebbe inaugurato il Palazzo dell'Infanzia e scolaresche delle elementari di tutta Bucarest avrebbero dovuto donargli fiori davanti al nuovo edificio. Crina era emozionata, ad occhi aperti fantasticava di porgergli il suo mazzo e in cambio di ricevere un bacio.

“Ordinati nelle nostre divise, ci hanno portato al Palazzo dell'Infanzia alle 6 del mattino. Non ci hanno permesso di tenere niente in tasca, neanche i fazzoletti. Ci hanno perquisito perfino le mutande e la bocca. Faceva freddo, eravamo in piedi e non potevamo andare in bagno. È arrivato alle 2 e ci ha salutato appena, sventolando la mano dal finestrino dell'auto. Poi, scortato dalle sue guardie del corpo, è entrato dall'ingresso posteriore e ha tenuto il discorso dal balcone. Non si è preso i fiori. Che rabbia, che delusione. L'ho odiato. Quando son tornata a casa, ho chiamato disperata mia madre e le ho detto in lacrime che Ceauşescu era un idiota. Le conversazioni telefoniche a quel tempo erano spiate e mia madre, che lo sapeva bene, ha iniziato a dirmi allarmata: «hai la febbre alta, stai delirando, vai a letto!» e ha riattaccato. Ha lasciato il lavoro, mi ha raggiunto a casa e mi ha spiegato ─ i miei genitori non parlavano mai di politica davanti a me perché anche ai bambini veniva chiesto di far da delatori ─ che Ceauşescu era un dittatore. Però ha anche aggiunto che era lui al potere e che avremmo dovuto accettare e convivere col regime”. Era il 1985.

Il nome Crina viene da 'crin', giglio. In Romania è molto comune avere il nome di un fiore, tanto che la domenica prima di Pasqua è la loro festa, ‘florile’, sorta di onomastico collettivo di chi si chiama come un fiore. Gli si fa un regalo.

A Bucarest i fiori profumano ancora. In questi giorni di primavera caldi, assolati, quasi già afosi, che si alternano ad altri freddi e piovosi, il profumo degli alberi in fiore riempe alcune strade della capitale. Ricorda il miele.

É incredibile quanti fiorai ci siano a Bucarest, e sui mezzi pubblici praticamente ogni giorno vedi qualcuno con un mazzo di fiori in mano. Ad ogni angolo una bancarella o la bottega di un fioraio, al mercato i banchi di fiori non si contano. E all'uscita della metro bambini e anziane signore dai capelli raccolti in un fazzoletto, ed è da loro che di solito li compro, che vendono dei mazzi semplici e graziosi.

Per strada trovi sprattutto rose, narcisi, margherite e garofani. Nei giardini pubblici, sui prati ben curati, tanti tulipani, che qui hanno un nome simpatico, 'lalele'.

Spesso mi chiedo come mai a Bucarest i fiori conservino intatto quel profumo che in Italia sembrano aver smarrito. Mi hanno spiegato che potrebbe dipendere dal fatto che gli ambulanti improvvisati, donne e bambini, vendono fiori coltivati in giardini privati o su pezzetti di terra alle porte della capitale. Ma io preferisco pensare all'immagine esotica della Romania porta d'oriente d'Europa, luogo di frontiera, terra vergine e dalle mille potenzialità inesplorate, dove i fiori profumano ancora.

lunedì 20 aprile 2009

Ri-sentimenti nazionali e “rivoluzione antropogica” rumena


Il processo di costruzione dello stato nazione, qui in Romania non è mai terminato. Iniziato, come in tanti altri luoghi d'Europa, alla metà del XIX secolo, esaltando i caratteri di un popolo che si sente discendente degli antichi Romani, parla ancora alle menti e ai cuori di persone che faticano a trovare una prospettiva intima e collettiva da cui guardare saldamente il mondo.

Cos'è accaduto. Quella della Romania è una storia di conquiste, smembramenti, dittature e colonizzazioni camuffate. Tanto per restare al passato recente, parte della Romania, la Bassarabia, l'attuale Repubblica Moldova, fu spartita poco prima della Seconda Guerra Mondiale dal patto Ribbentrop – Molotov, e finì, al termine del conflitto, direttamente sotto il controllo sovietico. La Romania non ebbe sorte tanto diversa, finendo sotto la famigerata influenza comunista moscovita.

A inizi aprile, in occasione delle manifestazioni di sostegno all rivolta degli studenti di Chisinau, sono rimasto colpito da notare giovani assolutamente occidentalizzati e laicizzanti, fare sfoggio di un sentimento nazionalista a cui, venedo dall'Italia, non sono assolutamente abituato e che reputo (forse scioccamente) sciocco.

Due sono le coordinate che possono aiutare a districarsi nel presente del Paese dei Carpazi. Entrambe si intersecano nell'amaro passato comunista. La prima è la costruzione ancora in atto di un sentimento nazionale, mai terminato e simbolizzato dal poeta nazionale Mihail Eminescu. Non a caso, una delle politiche più disastrose di Ceausescu è stata appunto un desiderio di ripagare il debito estero del Paese, a costo di enormi sacrifici e interminabile scarsità di generi alimentari e di altri beni di consumo per la popolazione civile, per dimostrare la grandezza e la forza della nazione. Nazionalismo e autarchia. E forse questa modernizzazione incompiuta spiega anche il lento e faticoso districarsi del Paese nella transizione al mercato che, come mi dicono alcuni amici rumeni, dura ormai da vent'anni.

La seconda coordinata, legata alla prima come due piatti di una vecchia bilancia che oscillano lontani, è un sentimento di inferiorità verso le culture occidentali. La capitale è piena di copie di momumenti esteri e nel secolo scorso, nel periodo tra le due guerre, veniva soprannominata “la piccola Parigi”. Gli affari più grandi qui in Romania sono gestiti da aziende straniere, che trovano terreno fertile che invece i locali non riescono a valorizzare. Più che nel resto dei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, qui in Romania l'avvento del regime comunista ha significato il tentativo di una sistematica cancellazione del passato. Piano che mi pare all'altzza del partito comunista cinese e di Pol Pot, il sangunario dittatore cambogiano. A Bucarest interi quartieri di preziosa architettura 'belle epoque' sono stati rasi al suo per far posto a distese di bloc e al mostruoso edificio che ora ospita il Parlamento, che sarebbe dovuto essere la residenza di Ceausescu e di sua moglie Elena. Un classico suicidio culturale di una cultura che stenta a inquadrarsi in un angolo sicuro di una mappa cognitiva che le riservi un posto alla pari accanto alle altre culture europee e mondiali.

Il 'progresso', come una pianta infestante, trova su quest'albero dalle radici poco solide il terreno ideale dove prosperare. Se negli anni '80 il panorama urbano era deturpato dai palazzi grigio-comunista, oggi il romanticismo di alcuni scorci è disturbato dal proliferare dei centri commerciali e da un'urbanistica dalle poche regole e facili guadagni.

Ogni giorno, come un ritornello, dal panettiere o nelle pasticcerie, mentre compro degli ottimi rustici dolci o salati, resto scioccato dall'incarto rigorosamente in plastica di infima qualità che si rompe al primo leggero strattone. La “rivoluzione antropologica” dell'incontro tra moderno, tradizione e ceneri del comunismo, conditi con lo spirito tzigano che aleggia per la Romania, ha il triste profilo di cocalari e pitzipoanca, che sono i termini dispregiativi con cui la Bucarest bene e colta definisce ragazzi e ragazze della periferia acconciati in modo ridicolo in un'esaltazione di mascolinità, violenza malcelata, bellezza da grande magazzino, esibizione di contorni volgari e stasus symbol. Le sonorità di queste generazioni di giovani sono quelle tristi di manele, sottoprodotto della tradizione musicale tzigana adattato all'occorrenza a gusti discotecari commerciali.

Il colonialismo e la perdita della sovranità nazionale oggi per i rumeni hanno il viso 'democratico' dell'Unione Europea. Sono tanti coloro che vedono frettoloso e campato in aria il processo di integrazione nella Comunità. Processo che secondo i detrattori avrebbe portato ancora una volta alla svendita delle bellezze e dei prodotti (specie di quelli alimentari) nazionali. La strada verso una risoluzione del dilemma dei ri-sentimenti nazionali rumeni sembra ancora lunga.

lunedì 13 aprile 2009

Chişinău Calling



Accade ai margini dell'Europa e a un passo da Bucarest, che migliaia di giovani, esasperati da un regime corrotto e autoritario, si riversino in piazza per contestare i risultati delle elezioni vinte dal partito comunista al potere dal 2001. La rivolta di Chişinău, capitale della Repubblica Moldova, la prima rivoluzione nata attraverso i social network di Internet (non a caso l'hanno definita “Twitter Revolution”), raccoglie tra i ragazzi rumeni una solidarietà unanime. I rumeni sentono di condividere coi vicini moldovi, che parlano la stessa lingua e fino alla Seconda Guerra Mondiale vivevano sotto un'unica bandiera, un destino simile. Grazie a un attivista di Bucarest sono riuscito a entrare in contatto con Adina, giovane studentessa di giurisrudenza di Chişinău, che ha partecipato alle proteste e mi ha raccontato via web alcuni dettagli delle vicende di questi giorni. Eccoli:

“Ho partecipato alla prima manifestazione, quella del 6 aprile, che era stata pensata come una sorta di flashmob. Ero all'università e tutti parlavano con rabbia delle elezioni del giorno prima. Ci chiedevamo come avremmo fatto a vivere altri 4 anni sotto un regime comunista. Verso le 15 ricevo un sms: alcuni giovani avevano dichiarato il 6 aprile giorno di lutto. L'idea era che ogni ragazzo che non avesse votato comunista si recasse in centro con una candela in mano.

All'inizio eravamo 100 persone, poi il numero è cresciuto e abbiamo deciso di spostarci davanti al palazzo presidenziale. Siam quindi tornati davanti alla sede del governo ed eravamo già in 25.000. Sentivo il dolore di ognuno. L'atmosfera era calma.

Il giorno dopo non son potuta andare alla manifestazione perché avevo lezione. Quando ho sentito quello che stava accadendo, è stato uno shock. Son tornata dritta a casa. Avevo paura che qualcosa potesse accadermi, che potessi essere arrestata. É stato dato fuoco al Parlamento. Il giorno dopo ci son passata davanti, è stato triste vederlo ridotto così.

Gli abitanti di Chişinău sono convinti che i disordini del 7 aprile siano stati organizzati dai servizi di sicurezza e la stampa ha mostrato foto che lo dimostrano. I partiti dell'opposizione hanno raccolto le prove che persone morte erano ancora iscritte nelle liste elettorali, e hanno votato!

Le manifestazioni sono continuate pacificamente fino ad oggi (domenica 12 aprile per chi legge). Cosa accade ora: a partire dalla notte tra il 7 e l'8 aprile, la polizia ha iniziato a effettuare arresti arbitrari in strada. La prima notte son stati 200. Poliziotti in borghese son venuti all'università e anche lì hanno arrestato senza criterio. Secondo i dati ufficiali, sarebbero già 229 le persone che hanno subito un processo. La stampa ha parlato di persone picchiate durante la detenzione. Come un mio amico, che dopo 2 giorni di carcere era pieno di lividi. Alcuni hanno subito un processo nella stazione di polizia senza possibilità di chiamare un avvocato o avvisare la famiglia. Oggi abbiamo saputo che un detenuto è morto per le percosse ricevute.

La frustrazione è ancora maggiore perché la gente delle campagna non ha la minima idea di quel che sta accadendo nella capitale. La tv di stato ha mostrato solo le immagini degli scontri e le dichiarazioni del presidente che ha definito 'vandali' i manifestanti.

La situazione sta diventando terrificante. Internet ha subito restrizioni, tutti hanno paura. I miei hanno paura che mi vengano ad arrestare perché una rete televisiva ha mostrato alcune immagini della prima manifestazione in cui si vede la mia faccia.

Ora tutto è calmo, ma questo silenzio sembra pesante come un macigno. Non sappiamo cosa accadrà, ma siamo praticamente sicuri che niente cambierà. Il sistema giudiziario è nelle mani delle autortà, la polizia non si attiene ad alcuna legge. Sento che ho meno diritti di prima. La paura sta crescendo. Non cammino mai per strada da sola, sono sospettosa di chi mi sta intorno, i miei compagni hanno paura di parlare nei corridoi dell'università.

Per noi è importante ricevere il sostegno dell'Europa, che però si è tirata indietro. Anche se i nostri obiettivi – fermare il comunismo e rifare le lezioni – non sono stati raggiunti, le proteste sono state viste da tutto il mondo. Almeno il mondo sa che i morti hanno votato per questo governo e non noi, i vivi”.


Here are some links where you can get the whole picture of the events: http://www.kosmopolito.org/2009/04/09/%E2%80%9Crevolution-here-we-come%E2%80%9D-or-consequences-part-4/
Links to webpages with the images of persons beaten during their reclusion in jail: http://www.jurnaltv.md/?mod=martor&id=462
And here in English, photos and description of the events: http://www.unimedia.info/

The picture above comes from www.unimedia.info


mercoledì 8 aprile 2009

Liberazione in salsa rumena




Se il fantasma del comunismo non si aggira più per l'Europa è anche merito di Timişora e dei suoi abitanti. Nella città rumena al confine con la Serbia, infatti, nel dicembre del 1989 aveva inizio la rivoluzione che avrebbe portato al crollo del folle regime di Ceauşescu e di sua moglie Elena.

Sono venuto nella 'primul oraş liber' – prima città libera della Romania, per un corso di formazione organizzato dalla ong presso cui sto svolgendo il tirocinio. E le domande che ho ripetuto per tre giorni ai miei giovani interlocutori sono state sempre le stesse: “che ne pensi, che ti ricordi della rivoluzione?”

Rivoluzione? Intanto molti affermano si sia trattato di un colpo di stato organizzato da alcuni membri della nomenclatura comunista, che avevano fiutato la fine di una dittatura che aveva perso ogni residuo di credibilità. Fatto sta che qui, nella città multietnica mèta prediletta degli imprenditori italiani, in quei giorni terribili di fine autunno di cadaveri eran piene le strade.

“Non so perché ti agiti tanto con questa rivoluzione. Comunque non interessa più a nessuno” (dal film “A est di Bucarest” di Corneliu Porumboiu). “I rumeni sono troppo impegnati ad affrontare la vita di tutti i giorni per pensare alla rivoluzione”. Lo dice Silvia, 22enne iscritta a odontoiatria, che delle manifestazioni di quei giorni ricorda che era sotto il tavolo, mentre dalla strada arrivavano i suoni degli spari e dei carri armati che cercavano di fermare i dimostranti inferociti. Sua madre era lì con loro. Aggiunge: “indubbiamente è stato un cambiamento positivo, ma...”

Animati da scetticismo, qualunquismo e disillusione, non mancano i nostalgici, o meglio gli 'ostalgici', come li chiamano in Germania. Sono i vinti di turno, coloro che non hanno beneficiato delle riforme politico-economiche. Non sono pochi, di solito anziani che fanno più fatica che mai a campare, con 50 euro di pensione che lo stato versa loro. Un tempo avevano tutto o almeno tutto quello di cui, secondo gli stretti canoni della pianificazione quinquennale, avevano bisogno. “La domenica mattina – mi dice Cristina, laureata in scienze politiche – si ritrovano in Piazza della Vittoria, accanto alla cattedrale ortodossa. Li vedo parlare in cerchio, mi pare rimpiangano il passato”. Rappresentano il blocco sociale che ha sancito la vittoria, nelle prime elezioni 'libere' dopo la fine del Patto di Varsavia, di Ion Iliescu, vecchia figura del regime che ha guidato la transizione.

In questi giorni i riflettori dei media sono puntati verso un altro personaggio controverso, un imprenditore rampante che ha fatto fortuna con la speculazione edilizia e ha poi acquistanto la Steaua Bucarest. Gigi Becali è finito in manette per aver rapito i tre che gli avevano rubato l'auto. Era entrato in politica forte dell'appoggio della popolazione delle campagne e usando lo strumento sempreverde della religione, stavolta ortodossa. Non ha avuto il successo sperato e si è fatto da parte. “Una testa vuota”, è l'appellativo che sento associare più di frequente al suo nome. Una storia già vista.

In Romania i giorni del totalitarismo sembrano acqua passata, alcuni addirittura paiono rimpiangerli. Le purghe, che da noi avevano l'odore nauseante dell'olio di ricino, fanno sempre meno colpo sulle coscienze assopite. Come recita un brano rap famoso da queste parti, “Italia (lapsus, ovviamente volevo dire Romania), svegliati!”

(pubblicato il 7 aprile sul quotidiano L'Attacco)

Un Paese normale


Un'idea falsa dei rumeni e della Romania è impressa nell'immaginario collettivo degli italiani. É il ritratto di un paese dimenticato da dio e popolato da uomini rozzi e lombrosianamente dediti alla violenza. Calpestando le vie di Bucarest, mi accorgo quanto questa rappresentazione sia lontana dalla realtà.
L'atterraggio è stato morbido. Il panorama all'aeroporto ricordava incredibilmente quello che avevo appena lasciato a Ciampino, con le insegne in lontananza di un megastore Ikea e i cartelloni pubblicitari di alcune catene della grande distribuzione presenti anche in Italia.

L'accoglienza non poteva essere più calorosa. Nel primo sabato di primavera, Ovidiu, giovane studente di giurisprudenza fan di Bob Dylan, mi ha accompagnato attraverso il centro storico, raccontandomi la storia di una città radicalmente mutata sotto la forte spinta economica degli ultimi anni e che da sempre nutre una grande ammirazione per la cultura e l'architettura occidentale. Non a caso qui si trova una copia dell'Arco di Trionfo, l'edificio della facoltà di giurisprudenza è ispirato all'ateneo di Padova e la vecchia sede del quotidiano “La scintilla”, organo ufficiale del partito prima del 1989, è stata costruita a immagine dell'Università Lomonosov di Mosca.

Appena arrivato, non potevo non visitare l'abnorme Palazzo del Popolo, oggi sede del parlamento, opera di uno dei più folli dittatori dell'ex impero sovietico, Nicolae Ceauşescu. Ho avuto il piacere e la fortuna di vederlo a luci spente, appariva più sobrio, quasi a misura d'uomo. Merito di un'iniziativa lanciata dal WWF, 'Earth hour', per sensibilizzare al risparmio energetico e alla difesa dell'ambiente. Sabato ha lasciato al buio il simbolo di un passato amaro. Bucarest è una delle 1000 città del globo che vi hanno aderito, e, candele in mano, nella Piazza della Costituzione una piccola folla prendeva parte a questa cerimonia laica.

Pensavo di partire per una terra assediata e invece nella capitale rumena, nonostante la crisi, si respira entusiasmo. Nei caffè affollati si incontra l'atmosfera leggera delle nuvole di fumo di studenti e business men, giovani fanno la fila per prendere posto a un piccolo festival organizzato dal Cinema Studio.
Fino a vent'anni fa, le file si vedevano solo fuori dai generi alimentari di stato che venivano riforniti saltuariamente. Alla scarsità cronica dei giorni del socialismo reale, si è sostituito un appetito difficilmente saziabile di status symbol, auto di grossa cilindrata, cellulari e vestiti alla moda. Sembra voler mostrare l'appartenenza a un mondo più grande, che si globalizza e delocalizza qui la produzione.

La Romania è un paese normale nelle sue contraddizioni. Solo, qui hanno il sapore dei romanzi di Dickens, la sonorità dei dialetti salentini e la vivacità tutta balcanica dei film di Kusturica. É animata dallo stesso disinteresse verso la politica che attraversa la penisola. Dalle ceneri del centralismo democratico è emersa una classe dirigente riciclata, nella quale pochi ripongono ancora fiducia, specialmente dopo il compromesso elettorale dello scorso anno che ha portato al governo una grossa coalizione che piace a pochi.

Sono rumorosi e anche qui scomodi. La comunità Rom è circondata dalla stessa diffidenza, anche se la musica che suonano l'ascolti praticamente ovunque. Manele, così chiamano questo strano miscuglio di musica gitana, base elettronica e influenze turche. I testi parlano di donne, denaro, successo. Bucarest è più vicina di quanto pensiamo.

(pubblicato il 31 marzo sul quotidiano L'Attacco)

Quella sporca partita giocata sul corpo delle donne

In un tempo remoto che sfuma in leggenda, Romolo, dopo aver fondato la città eterna e aver chiamato a sè i pastori delle terre circostanti, chiede alle popolazioni vicine un certo numero di donne con cui popolare la neonata Roma. Al netto rifiuto dei popoli confinanti, Romolo risponderà con l'astuzia, organizzando la festa che sarà pretesto per il famoso 'ratto'. Nota a margine: scrive Tito Livio che Romolo in persona si aggirava tra le sabine rapite giustificando il proprio gesto con la “superbia” del rifiuto dei loro padri.

Esattamente come allora, anche oggi la storia consegna alle donne il conto salato dei pessimi rapporti di vicinato e del clima di incomunicabilità dei rispettivi popoli. Le violenze sulle donne di questi mesi sono infatti solo un piccolo e fosco affresco di un quadro ben più ampio e inquietante, che a nessuno conviene mostrare.
Dall'omicidio Reggiani in poi, tutti conoscono i terribili episodi di violenza contro donne italiane, pochi però hanno letto o sentito la storia di Magdalena, 38enne romena che lo scorso 13 maggio è stata stuprata a Roma da un coetaneo italiano. Compagno della datrice di lavoro della romena, l'uomo, un mese di domiciliari più tardi era già in libertà. E la politica dov'era, perchè nessuno ha urlato, come di solito accade in questi casi?

Le violenze sono utili se possono essere cavalcate politicamente per alimentare un razzismo che svii l'attenzione dalla profonda crisi economica. Le violenze sono utili per ripristinare le relazioni tra i sessi che ci siamo con tanta fatica lasciati alle spalle, indicando alle donne allarmate che l'unico luogo sicuro in cui rifugiarsi sono le mura di casa (sorvolando su un aspetto non proprio secondario: una gran parte delle violenze avviene accanto al focolare domestico).
Nessuno ha parlato di Magdalena perché non conveniva. Come non conveniva far rumore per la violenza di gruppo ai danni di una giovanissima prostituta romena, a cui ha partecipato anche un politico locale lombardo fuoriuscito dalla Lega, famoso per le sue ordinanze contro il mestiere più antico del mondo, condannato poco più di un mese fa a 6 anni di carcere.

A proposito, perché si parla così poco del dramma della prostituzione romena in Italia, che vede giovani donne ridotte a schiave del sesso vittime di tratta? Perchè nessuno accenna mai al disprezzo che avvolge i nostri connazionali in Romania, cresciuto osservando l'arroganza di chi pretende di comprare anche l'amore con la forza della propria moneta?

Le donne italiane subiscono i colpi di una politica della (non) integrazione e della sicurezza intesa solo come polizia che sta trasformando la penisola nel luogo della delazione di stato e della solidarietà latitante. Lo scorso 14 febbraio una 15enne è stata barbaramente violentata a Bologna. Ecco il resoconto di una guardia giurata che ha assistito allo stupro: «Ho visto quell'uomo robusto che pestava quella ragazzina magra come un giunco. [...] C'erano macchine che passavano in strada, ho chiesto aiuto agitando le braccia, ma nessuno si è fermato. Nemmeno un uomo sulla cinquantina, che passeggiava sul marciapiede accanto a me e che quelle grida deve per forza averle sentite. Mi ha detto “non mi interessa” e se n'è andato» (La Repubblica, 15/02/09). Paradossalmente, sembra che a ricucire gli strappi di un corpo sociale in frantumi ci stiano pensando le donne rumene, che si rompono la schiena e perdono il sonno per accudire i nostri anziani non autosufficienti. Ma a chi conviene parlarne?

(pubblicato il 14 marzo sul quotidiano L'Attacco)

I cugini di campagna

Sto cercando di imparare qualche parola di rumeno. Parto a fine mese, vado a Bucarest per un Progetto Leonardo, finanziato con i soldi della Comunità Europea e organizzato dall'Università di Foggia. Ci resterò quattro mesi, lavorerò con una Ong, Save the Children, in un centro diurno che ospita bambini dalla triste infanzia, orfani, Rom e bambini di strada. Occasione splendida e irripetibile, volare al di là della cortina quando il sentimento dominante è 'rispediamoli tutti a casa', un muro non più fatto di ferro e cemento ma di confusione, ignoranza e diffidenza.

Mi accorgo sempre più quanto le nostre lingue siano simili. Il romeno infatti, al pari dell'italiano o del francese, è una lingua romanza figlia del latino. Qualche esempio illustrerà meglio la somiglianza di cui parlo: 'vulpe' significa volpe, 'nomad' nomade, 'altul' altro, 'librărie' libreria e 'liber' libero. Le parole sono gli strumenti grazie ai quali costruiamo la realtà che ci circonda, il linguaggio è metafora della relazione profonda che ci lega alla natura e ai nostri simili, che parla del rispetto della vita, della danza dell'amore e del rapporto con l'inevitabile morte. Per questo, per sottolineare le affinità che uniscono i due popoli, spesso si dice che italiani e romeni siano cugini.

Eppure nessuna lingua suona oggi alle nostre orecchie tanto distante quanto quella parlata al di là dei Balcani. Alimentato dai tristi episodi di cronaca e dalla strumentalizzazione politica, è sempre più diffuso in Italia quello che si può a ragione definire un 'conformismo dell'avversione': i romeni sembrano essere diventati il capro espiatorio di turno, l'oggetto dell'ennesima caccia alle streghe.

Siamo due popoli le cui culture si intersecano e sovrappongono. Lo percepiamo, ne siamo consapevoli, ma questo pensiero ci infastidisce. I nostri percorsi umani sono simili: i romeni arrivano oggi in Italia come qualche decennio fa i nostri nonni partivano per le Americhe, l'Australia o l'Europa continentale, con la stessa valigia di cartone, con le stesse speranze e la stessa frustrazione di vedersi sbattuta la porta in faccia solo perchè le mani sono quelle grosse da contadino (Maddalena Tirabassi, studiosa dei fenomeni migratori, scrive: “I calabresi e i siciliani che approdavano alle città statunitensi, da una Commissione parlamentare istituita nel 1911 [...] venivano individuati e descritti come coloro che davano un contributo fondamentale alla crescita del fenomeno della delinquenza nelle città americane”).

I romeni sono nostri cugini, ma cugini di campagna. Quelli di cui ci vergogniamo quando li presentiamo ai nostri amici, quelli che non conoscono le buone maniere e abbiamo paura ci facciano fare brutta figura. Il cugino di campagna rappresenta la parte di noi che consideriamo poco presentabile e preferiamo non vedere o tenere in disparte, la stessa che, quando la riconosciamo nello specchio, quasi stentiamo a credere ci appartenga, ora che siamo diventati borghesi e metropolitani.

Il problema è che, più si tiene nascosto e separato un aspetto della propria personalità, più lo si proietta all'esterno e diventano forti i sentimenti di ostilità verso chi ci ricorda quel tratto del nostro carattere che ci risulta così difficile accettare. Come quando ci sta antipatico qualcuno, ma talmente antipatico che non riusciamo a sopportarlo neanche per mezz'ora, talmente odiosa è l'immagine che vediamo riflessa nella pupilla dell'altro, la nostra propria immagine.
(pubblicato il 17 marzo sul quotidiano L'Attacco)

Romania Dreamin'

Son partito per la Romania con uno zaino di paure e un pugno di speranze.
Paure di una terra lontana e di un luogo inospitale. E il sogno di arrivare alla frontiera, ai limiti dell'Europa, dove paradossalmente la partita è più aperta e le possibilità più accessibili.

A un passo da Bucarest, nella cui periferia dimoro, è scoppiata la rivoluzione. Come vent'anni fa nel Paese dei Carpazi, ieri a Chisinau gli studenti sono scesi in piazza. E venerdì saranno ancora più numerosi, ché la polizia non riuscirà a contenere fuori delle porte della capitale gli abitanti di una Repubblica Moldova esausta di un regime vecchio e corrotto. Finalmente una rivoluzione bambina, che parla la lingua semplice di chi è ancora assetato di vita.

Solidarietà. Questa sera mi sono unito ai giovani rumeni che, solidali con i fratelli oltreconfine, affollavano Piata Universitate.

Gridavano "Libertate!"
Oggi a Bucarest, i ragazzi cresciuti dopo il 1989 hanno creato un ponte tra presente e passato, ricalcando le orme dei padri, che la rivoluzione l'hanno pagata col sangue. E nello stesso tempo lanciando un monito alle generazioni passate: "se fossimo stati al vostro posto, i sogni non si sarebbero arenati nel fango della paura di cambiare".